Il gatto nero ed altri miti sui mici

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Curiosità e miti sui gatti, non solo gatti neri © Pixabay

Quello del gatto nero non è l’unica leggenda che circola sui nostri amici pelosi, sono molti i racconti che circondano i mici con un’aura di mistero che da sempre rende i felini esseri affascinanti e curiosi.

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Se il gatto nero è da sempre stato il fulcro principale delle superstizioni legate a questo animale, la storia e la letteratura sono ricche di miti sui gatti. Gatti neri o colorati, strigati o dal manto monocolore i gatti sono tra gli animali più amati, ma anche temuti, da tantissime culture. Gli egizi, i norreni, i giapponesi, i buddhisti, i musulmani  descrivono episodi in cui a farla da protagonista sono propri i gatti. Ad essi sono associati poteri magici, extrasensoriali, capaci di restare in contatto con l’invisibile e di scrutare la notte con i loro occhi luminosi. Ecco alcuni tra i miti più conosciuti e narrati sui gatti.

Perché gli egizi adoravano i gatti?

La venerazione e l’amore per i gatti nell’Antico Egitto ha antiche origini, tanto che secondo una leggenda, il re persiano Cambise per conquistare Pelusio, cittadina egiziana, legò agli scudi dei suoi soldati proprio dei gatti per evitare che il nemico egiziano potesse difendersi contro il suo esercito. Considerati animali sacri per eccellenza, i gatti erano associati alla dea gatto Bastet (in greco Ailuros), una delle divinità più importanti del panorama religioso dell’Antico Egitto. La figlia di Ra era raffigurata per metà donna e per metà gatto e veniva venerata per essere la protettrice della casa, delle donne, simbolo di fertilità e nascita, protettrice degli stessi gatti.

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Tipica raffigurazione della dea egiziana Bastet © Pixabay.

A differenza di altri animali sacri agli egizi, i gatti  furono addomesticati principalmente per tenere le case pulite dall’invasione di topi. Poi diventarono tanto amati che  quando uno di essi moriva, il padrone per lutto e come segno di rispetto nei confronti della dea, era tenuto a radersi le sopracciglia. La legge faraonica ne vietava il loro trasporto fuori dai confini del regno e ne sanciva rigide disposizioni per garantire la loro assoluta protezione.

Si narra che quando un gatto veniva ucciso o subiva violenza, il colpevole veniva punito con la pena di morte. I gatti erano per gli egizi così importanti che venivano mummificati e seppelliti in una necropoli ad essi dedicata come veniva fatto per i faraoni e gli uomini comuni, poiché si credeva che essi potessero vivere l’aldilà.

Mitologia norrena: i gatti e la leggenda di Freya

Secondo la credenza germanica la dea della guerra, della bellezza, della sensualità e della fertilità, moglie di Odino, Feya si spostava nel suo regno su un carro trainato da due gatti. Questi ultimi, si pensava fossero gatti di razza delle foreste norvegesi, ogni sette anni di devoto servigio alla regina, venivano trasformati in streghe a sancire la loro libertà. Da qui la leggenda che narra che i gatti, in particolare il gatto nero, possa essere un discendente delle streghe.

Maneki neko: il gatto nel paese del Sol levante

Simbolo orientale per eccellenza il Maneki neko o gatto di benvenuto è la scultura a forma di gatto con il braccio alzato inconfondibile. Il suo possesso, in Giappone, si pensa possa portare al proprietario molta fortuna. A seconda che sia la sua zampa destra o sinistra alzata, questo dipende dalle circostanze e dal luogo. Solitamente la mano sinistra del Maneki neko aiuta i commercianti ad attirare clienti, mentre la mano destra porta salute e prosperità.

Su questo gatto così colorato e buffo se ne narrano di leggende: si pensa che avesse aiutato un monaco a scacciare un proprietario terreno, attirando un fulmine e uccidendolo, una prostituta ad evitare un morso di un serpente e una povera donna ad arricchirsi vendendo proprio la raffigurazione di questo gatto.

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Simbolo di origine shintoista, il Maneki neko ha diversi colori associati a diversi significati di purezza, salute, ricchezza, amore e protezione. Tra questi figura anche il gatto nero che si crede portatore di buona salute capace di allontanare gli influssi negativi.

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Il gatto orientale portafortuna Maneki neko © Pixabay.

La leggenda di Maometto e della gatta Muezza

Un altro mito sui gatti è legato ad un episodio del profeta Maometto che si narra fosse molto amante dei gatti e che in particolare fosse affezionato alla gatta Muezza, una gatta appartenente al suo amico Abu Hurairah, il quale ne narra la vicenda. Un giorno al cantare del richiamo alla preghiera, Maometto si accorse che la gatta dormiva accanto a lui e per non svegliarla, tagliò la sua veste e la lasciò riposare mentre lui si recava in moschea.

Al suo ritorno, viene narrato, che la gatta ringraziò il gesto con un inchino, al quale il profeta dell’Islam corrispose con tre carezze e un sorriso, in segno di apprezzamento. La leggenda assume un significato importante che vede riporre nel gatto un’accezione positiva di rispetto e amore verso questo animale, ancora oggi apprezzato da tutti i musulmani, a differenza della considerazione che i credenti di questo culto hanno nei confronti di altri animali, tra cui i cani.

La leggenda del gatto di Birmania

Secondo la leggenda del monaco buddista Yotag Rooh Ougji, in un monastero birmano devoto al culto della dea Tsun Kyan Kse, rappresentata dal corpo color oro e dagli occhi di zaffiro, assieme al sacerdote illuminato, Kittah Mun Ha, viveva anche Sihn, un gatto comune dagli occhi gialli. Caduti in disgrazia a seguito di un’invasione di infedeli, il sacerdote morì sotto la statua della dea a cui era tanto devoto.

Il suo gatto, non abbandonando il suo padrone al suo atroce destino, gli salì sul corpo ormai privo di vita e rimase a fissare la statua della dea ignaro di ciò che sarebbe successo al suo corpo. La dea, infatti, pareva aver ascoltato le sue preghiere e trasformò a sua immagine il corpo del gatto che da allora ebbe un manto dorato, le zampe bianche come simbolo di purezza e gli occhi di un azzurro intenso e brillante: il Sacro di Birmania.

Sacro di Birmania, razza di gatto con occhi azzurri e manto chiaro ©Pixabay.

Da quel momento ogni gatto presente nel monastero si trasformò in una miniatura della dea e raggiungendo il più giovane dei monaci presente in quel momento così terribile, lo protessero e lo elessero successore del sommo sacerdote tanto devoto. Si narra che nello stesso convento ogni volta che un gatto muore un monaco vede liberata la sua anima che in quel momento riesce a raggiungere il paradiso. Da questo convento al 1920 la razza del Sacro di Birmania riconosciuta ufficialmente nel 1950, fu importata fino in Europa e in America, attraverso la Francia e poi allevata a partire dal 1940 in Germania.

La leggenda del gatto siamese

Sui gatti siamesi si narrano tantissime leggende e miti che vogliono giustificare alcune loro caratteristiche. Si narra, infatti, che il re del Siam, (ora Thailandia) avesse avesse affidato la protezione di sua figlia ai  tantissimi gatti siamesi presenti nel suo palazzo e che essi sacrificarono un pezzo della loro coda per salvare la principessa dall’attacco di un coccodrillo. Una altra leggenda, invece, narra che un re affidasse la custodia dei gioielli alla code dei gatti siamesi, i quali per non perderli di vista avevano un occhio fisso verso dietro.

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Questo spiegherebbe perché i siamesi hanno la coda ritorta o morsicata e soffrino di strabismo. Un altra leggenda ancora, spiegherebbe il perché i siamesi abbiano un manto più scuro sulla collottola. Non resistendo alla bellezza di questa razza di gatti, si pensa che dio scenda di tanto in tanto sulla terra per coccolarli.

Leggenda buddista sui gatti e il Tamra Maew thailandese

Nel Tamra Maew, Libro delle poesie dei gatti di origine thailandese legato alla corrente buddista del theravada, è riportato che il gatto è il corpo nel quale un’anima umana si reincarna dopo la morte, dopo averraggiunto livelli di spiritualità elevati, prima di iniziare la fase successiva della sua vita. Questa credenza era supportata all’interno delle famiglie thailandesi che, alla morte di un loro famigliare nella tomba avevano l’usanza di aprire un varco dal quale, un gatto vivo seppellito assieme al morto potesse uscire ed entrare.

In questo modo erano sicuri che l’anima del loro caro avesse avuto riparo nel corpo del gatto e fosse libera e pronta ad iniziare, nel miglior modo possibile, il suo percorso spirituale verso l’ascensione. A questa credenza thai si associa anche la credenza che fa dei gatti dei portatori di armonia, di luce, esseri viventi che hanno già raggiunto il buddha, l’illuminazione, amorevoli e protettori.

Il potere magico dei gatti

Che siano di gatti di razza o gatti neri, i mici sono da sempre considerati come esseri speciali possessori di poteri magici incredibili, come il dono di sentire le energie di un universo parallelo, di essere coccolosi e di proteggere da energie negative, di essere un ottimo compagno e alleato a sostegno di chi ne ha bisogno, come per chi soffre di ansia e fa ricorso alla pet therapy e di regalare a chi li ama e li rispetta, il loro tempo e le loro fusa. I miti sui gatti e le leggende, come le storie e le fiabe che hanno gatti come protagonisti, servono a ricordare, a chi possiede un gatto, quale essere straordinario ha al suo fianco.

Leggi anche: Perché il gatto nero porta sfortuna?

Essere una gattara per me è un onore. Non so ormai più quanti gatti ho cresciuto e quanti ancora ne crescerò! Al momento ho Mimì e GouGou che mi rallegrano le giornate tra fusa e miagolii! Non potrei immaginarmi una vita senza un gatto! Il mio motto è: "diffida da chi non ama i gatti"!