Giorgino, il gatto che ha sfiorato la morte, salvato dal Dott. Manca

Giorgino gatto bianco
“Sembriamo degli amici di vecchia data; ci intendiamo su tutto. È il micio ideale…”. ©Chen Yi Wen – Unsplash

La storia di Giorgino ha dell’incredibile. È vero che i gatti hanno sette vite, ma alcune volte la crudeltà degli umani li mette in serio pericolo.

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Una delle storie più crudeli, ma dal lieto fine, quella di Giorgino, raccontata dal veterinario Diego Manca nel suo Storie da Leccarsi i Baffi (Lit Edizioni Srl). La sofferenza di un micio nelle mani di un padrone senza cuore, punito fortunatamente dalla legge e dalla società, pronta a linciarlo in difesa del povero animale. Ma per fortuna il lieto fine è dietro l’angolo.

Giorgino

Un consueto sabato sera d’estate, cena a casa in giardino, degli amici che ci raggiunsero per il dolce, e portando le foto della loro vacanza in Normandia. Io e mia moglie ci eravamo già stati anni prima e la serata proseguì piacevole, condividendo luoghi e atmosfere familiari. Roberto portò due bottiglie: una di Sidro e l’altra di Poiré. Io pensavo che il Sidro fosse un semplice liquore a base di mele, lui invece mi spiegò che ne esistono ben trenta tipi diversi, prodotti con altrettante differenti qualità di mele, e inoltre hanno creato tre varianti: quello secco, quello senza aggiunta di acqua e il frizzante naturale o con fermentazione in bottiglia. Ma sul Poirè non avevo bisogno di nessun chiarimento, e questa volta fu Roberto a chiedermi se lo conoscevo.

“Eccome, è una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del succo di pera, e il tasso alcolico supera i 3°. Pensa che la prima volta che sono andato in Francia me ne hanno offerto un bicchierino dei ragazzi che avevamo incontrato a Taizè; è stata una piacevole sorpresa che non scorderò mai”.

Mentre io e Roberto proseguivamo a parlare appassionatamente di vini e della superiorità indiscussa dei nostri rispetto ai francesi, Lucia e mia moglie sfogliavano le pagine dell’album-reportage, soffermandosi su alcuni particolari.

“Venite qui anche voi, così le visioniamo insieme”, propose Lucia.

Ci sedemmo tutti intorno al tavolo, mentre gustavamo la torta che mia moglie aveva preparato e i liquori a base di frutta portati dagli ospiti. Fu emozionante rivedere le foto dell’abbazia di Mont-SaintMichel, con il suo profilo inconfondibile che si staglia sulla distesa di sabbia provocata dalla marea, oppure le coste normanne dove nel giugno del 1944 sbarcarono soldati americani, inglesi e canadesi per iniziare la liberazione dell’Europa dalla Germania nazista. Come già detto, molti anni erano trascorsi da quando io e mia moglie avevamo soggiornato in quei luoghi; una sottile vena di malinconia attraversò i nostri animi, mentre incrociavamo gli sguardi. Lucia c’intrattenne narrandoci del delizioso pranzo che avevano assaporato a Vernon.

“Se vi capiterà di tornare in Normandia, non dovete assolutamente dimenticare di pranzare alla Crêperie Des Fleurs, un localino grazioso dove servono la galette, cioè una crépe salata di grano saraceno, le moules et frites, ossia cozze e patate fritte, e la tarte normande, cioè le ostriche e la zuppa di pesce, e per finire il caramel au beurre salé, una crema a base di caramelle, biscotti e dolci. Pensate che…”, il telefono di casa squillò, interrompendo l’interessante racconto.

Renata, mia moglie, si avviò al cordless sorridendo; era l’orario della consueta telefonata di sua madre. Rispose. L’espressione del suo viso cambiò in un istante, come il sole coperto all’improvviso dalle nuvole: “Diego è per te, sono i Carabinieri, hanno bisogno”. Mi porse il cordless con aria dispiaciuta, come se scottasse.

“È il dottor Manca?”.

“Sì, sono io”.

Abbiamo un’urgenza, è necessario il suo aiuto”, mentre in sottofondo si sentivano voci di persone che ce l’avevano con qualcuno. Inveivano.

“Spiegatemi qual è il problema”, domandai confuso.

“Siamo in via Calandra a Cireggio, sa dov’è?”.

“Sì, sì, ho presente”, confermai.

C’è un gatto ferito che ha trovato nascondiglio sotto una macchina; non è selvatico, ma non riusciamo a prenderlo, inoltre anche se ci riuscissimo non abbiamo un trasportino dove sistemarlo”.

“OK, ho capito. Parto subito, pochi minuti e sarò da voi”.

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Ero reperibile quella sera, gli amici ne erano al corrente.

“Devi andare?”, chiese mia moglie.

“Sì, è un’urgenza. Mi spiace…”, continuai girandomi verso Roberto e Lucia, “avremo altre occasioni per proseguire la simpatica serata”.

Li salutai ancora cordialmente, accostando il cancello. Avviai la macchina facendo un rapido ragionamento; via Calandra distava trequattro chilometri dalla mia abitazione, per raggiungerla vi erano diverse strade. Mi ci vollero pochi istanti per scegliere la più breve. Nella mia professione, quando si è reperibili, è così; può passare una nottata tranquilla, come se nulla fosse fuori posto, come invece la più burrascosa e imprevedibile. È il mio lavoro, e disponibilità, ascolto e pazienza sono i pilastri per svolgerlo nel migliore dei modi. I lampeggianti della volante dei Carabinieri mi fecero capire che ero arrivato. Scesi dalla macchina e mi accorsi che molta gente era accorsa per vedere cosa stava succedendo. La maggior parte urlava frasi di cattivo gusto a un uomo anziano in evidente stato di ebbrezza. Il brigadiere dei Carabinieri si avvicinò con animo sollevato, come se finalmente fosse arrivato il salvatore della Patria.

Grazie dottore per essere venuto qui così rapidamente”.

“Ma che succede? Cos’è tutto questo trambusto, sembra di essere in mezzo a una manifestazione”, continuai io.

“Sì, più o meno; c’è mancato il linciaggio”.

“Linciaggio?”.

“Mi segua, andiamo vicino a dove il gatto si è rifugiato. Lei cerchi di acciuffarlo, poi le spiegherò”, tagliò corto lui.

Mi feci strada tra due ali di persone mentre reggevo borsa e trasportino. Il gatto era rannicchiato sotto una Opel Astra SW, nel parcheggio del condominio. Era buio, e la sola luce dei lampioni rendeva difficile il recupero. Una persona provvidenzialmente mi porse una pila.

“Come si chiama il gatto?”, domandai. “Giorgino”, risposero sicuri alcuni “spettatori”.

Il micio era spaventato, ma non aggressivo; il suo naso e la sua bocca erano sporchi di sangue. Si era spostato dietro alla gomma anteriore sinistra nella parte interna della vettura; con la mano facevo fatica ad afferrarlo; gli sfioravo la pelliccia, nulla di più. Meno male che il suo mantello era di colore bianco, altrimenti avrei avuto ancora più difficoltà ad acciuffarlo. Poi, a un certo punto, allungandomi fino a sentire le articolazioni scrocchiare, riuscii a bloccarlo, ma il vociare delle persone intorno alla macchina e di quelle che discutevano con i Carabinieri e l’anziano uomo lo impaurirono, vanificando i miei sforzi. Il micio, claudicante, passò sotto alla vicina Ford Mondeo senza darmi il tempo di rialzarmi per acciuffarlo. Decisi di andare a prendere il retino da pesca che tenevo in macchina; chiesi a tutti di abbassare il tono della voce e di evitare movimenti bruschi. Ho sempre detestato tali situazioni, poiché in questi casi c’è sempre chi dispensa inutili consigli o che ha la migliore soluzione per risolvere il problema, e in cuor suo spera di vederti in difficoltà per passare una serata alternativa. Mi avvicinai nuovamente al micio, chiamandolo con dolcezza. Finalmente riuscivo ad accarezzarlo. Con infinita pazienza, utilizzando il manico del retino, lo spinsi poco alla volta dentro al trasportino. Solo quando ebbi chiuso lo sportello potei tirare un sospiro di sollievo.

Tutti smisero di parlare quando lo sollevai da terra. Vi guardai dentro: Giorgino aveva lo sguardo poco vigile, ma non sembrava in pericolo di vita. Il suo respiro era regolare. Nel frattempo era sopraggiunta anche una pattuglia della Polizia, chiamata da chissà chi, intanto che gli altri due Carabinieri consigliavano alle persone di tornarsene a casa mentre tenevano in custodia il Belliri. L’anziano si era seduto su una sedia e manteneva l’equilibrio con difficoltà. Il brigadiere mi fece cenno di raggiungerlo un po’ lontano dalla gente, dove avrebbe redatto il verbale con un po’ di privacy. Posai la gabbietta sopra la panchina vicino alla volante.

“Allora dottore, meno male che è riuscito a prenderlo, il gatto”, disse lui, e ancora: “Sicuramente ci vuole molta esperienza, ma anche un’ottima conoscenza delle reazioni inaspettate di un felino, per di più ferito”.

“Sì, parole sante”, confermai.

Adesso le spiego come sono andate le cose”, proseguì accomodandosi il colletto della divisa. “Dal balcone dell’anziano signore, al terzo piano, delle rondini avevano deciso di costruire il loro nido. Il Belliri aveva visto di buon auspicio l’evento e quotidianamente seguiva cauto l’avvicendarsi di mamma e papà rondine. A proposito… me lo sono sempre chiesto, il rondone è il maschio della rondine?”, s’interruppe inaspettatamente.

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“No”, riposi io. “Il rondone appartiene a un altro ordine, quello degli Apodidi, che significa senza piede. La loro vita è scomoda, perché hanno le zampe corte e senza base, e ciò non permette loro di stare agevolmente in piedi, né di camminare. Se si dovessero posare a terra non riuscirebbero più a ripartire, anche perché hanno un’apertura alare notevole. È per questo che li vediamo riposare o sui fili della luce o in un luogo posto in alto, utile per spiccare il volo. Pensi che fanno tutto in volo: mangiano, dormono, si accoppiano e costruiscono il nido, acchiappando per aria i ramoscelli tirati dal vento”, terminai controllando Giorgino per sincerarmi che tutto fosse sotto controllo.

Il brigadiere, con la stessa espressione soddisfatta di una persona che ha appena finito di gustare un buon piatto, proseguì nel resoconto.

Il gatto del Belliri, Giorgino, ovviamente interessato ai volatili, appena poteva faceva la posta al nido. Lui, ogni volta che il micio si avvicinava troppo alle rondini, lo rinchiudeva in casa, sbraitando così forte da far preoccupare i vicini. Questa sera la reazione dell’anziano signore, accresciuta anche dal fatto che aveva esagerato nel bere, è stata quella di scaraventare il povero gatto dal terzo piano, perché aveva avuto la malsana idea di acchiappare al volo i due novellini di rondine, nati da pochi giorni, caduti dal nido. Parecchi vicini di casa (alcuni stavano cenando fuori sul balcone, altri furono attirati dalle grida) hanno assistito alla scena e alle sue minacce verso il micio. Hanno cercato di farlo ragionare, ma non sono riusciti a contrastare la sua esagerata presa di posizione. Allora è iniziato il finimondo, con botta e risposta infuocate, provocazioni, intimidazioni e via dicendo, fino a quando ci hanno telefonato perché anche lui minacciava di gettarsi nel vuoto. Be’…”, proseguì, “… pensi dottore che il Belliri rischia di pagare una multa da 5.000 a 30.000 euro e addirittura la reclusione da tre a diciotto mesi, perché nell’azione da lui commessa si somma anche l’aggravante del dolo e della crudeltà. Il tutto è contemplato dall’articolo 544 del codice penale. Ovviamente il micio Giorgino non lo rivedrà mai più, e probabilmente gli sarà vietato di avere altri animali”, concluse asciugandosi la fronte con un fazzoletto.

“Però, non c’è dubbio che il caldo fa male alla testa”, commentai, e aggiunsi: “Brigadiere, se lei ha terminato di redigere il verbale e non ha bisogno di altri miei dati o recapiti, la saluterei, perché Giorgino ha di sicuro necessità di cure”.

Ci stringemmo la mano. Alcuni condomini, che alla spicciolata stavano rientrando nelle loro abitazioni, mentre mi stavo avviando alla macchina mi chiesero se il gatto era in pericolo di vita; altri si dissero disposti ad adottarlo. È incredibile come la sofferenza di un animale possa scatenare un tale coinvolgimento da parte di tante persone magari indifferenti a ciò che quotidianamente succede loro intorno; forse perché gli animali non possono comunicare verbalmente e tranquillizzarci sulle loro condizioni, oppure perché i loro occhi “parlano” per loro e hanno una genuinità che solo i bambini possono eguagliare.

Erano quasi le 23:30 quando giunsi in studio. Posi il trasportino sul tavolo da visita; mi lavai per bene le mani e indossai il camice, che mi si appiccicò un poco sulla pelle sudata. Appena aprii lo sportellino, un musetto spaventato fece capolino. Iniziai a visitare Giorgino partendo dalla testa. Controllai le orecchie, esternamente e nel canale auricolare con l’ausilio dell’otoscopio, gli occhi, il naso, la bocca, i denti e la cavità orale.

Cominciai a tirare le somme. “Dunque Giorgio, fino a ora hai ‘solo’: naso rotto, hai perso il canino superiore destro, l’inferiore destro è rotto e in più hai una lieve piccola frattura a fessura del palato duro. Niente di così compromettente, poteva andare peggio”, conclusi accarezzandolo.

La parziale frattura del palato duro non avrebbe compromesso l’alimentazione, la fessura che si era creata era troppo stretta per causargli il passaggio del cibo nel naso. I gatti, si sa, quando cascano da una certa altezza cercano sempre di girarsi e di cadere sulle quattro zampe; spesso, se l’impatto è molto violento, come in questo caso, picchiano il naso e la bocca sul selciato, causandosi fratture o altro. La prima indagine che avevo intenzione di svolgere era una radiografia laterale dell’addome; ero impaziente di escludere l’ernia diaframmatica, cioè una serissima patologia che può verificarsi quando avvengono cadute dall’alto che possono provocare la rottura del diaframma (muscolo che divide il torace dall’addome) per l’aumento della pressione sugli organi addominali, la quale finisce per scaricarsi appunto sul diaframma, che può rompersi nel punto di minore resistenza. Se ciò avviene, organi come stomaco, fegato, intestino, milza, insieme o singolarmente, possono invadere il torace comprimendo cuore e polmoni e causando una gravissima difficoltà respiratoria.

L’animale, se non operato urgentemente, ha allora pochissime possibilità di sopravvivere. Prima di scattare la radiografia controllai i suoi riflessi e la temperatura, e auscultai cuore e polmoni. Tutto era nei limiti della norma. Accesi l’apparecchio radiografico, impostai i tempi, indossai camice, guanti e collare piombati. Adagiai sul piano del radiologico il micio, sul suo lato destro. Schiacciai deciso il pedale dell’interruttore. Il felino era stato bravissimo. Lo ricollocai momentaneamente nel trasportino per avere il tempo di sviluppare la lastra. Ero in trepidazione e speravo di confermare la non presenza di gravi problemi. Esultai. Il diaframma era intatto e nessun altro guaio importante era stato evidenziato. Effettuai al micio le terapie del caso e lo sistemai nella gabbietta; decisi che la prima notte l’avrebbe passata a casa mia. Non era in pericolo di vita, ma in ogni caso era ancora sotto shock e non me la sentii di lasciarlo nella gabbia degenza dell’ambulatorio. Mia moglie era abituata a questi fuori programma e accolse il nuovo arrivato con tutti i riguardi. Lo sistemammo in una spaziosa gabbia, con omogeneizzato, acqua, cuscino e cassetta per i bisogni, vicino al nostro letto. Se ci fossero state delle complicazioni lo avrei potuto assistere subito. Gli augurammo un buon riposo.

La notte trascorse tranquilla, senza alcuna avvisaglia di aggravamento delle sue condizioni, e tutti riuscimmo a dormire. Il giorno dopo, di buonora, mentre coccolavo Giorgino, verificai le sue condizioni. Controllai velocemente i riflessi, le mucose e la temperatura. Nessun peggioramento. Le ciotolina dove avevo messo il cibo era quasi vuota; anche questo era un buon segno.

Lo portai in ambulatorio più sollevato e fiducioso per il suo recupero. Lo sistemai nel piano alto della gabbia degenza a tre piani e sei posti. Dopo aver rinnovato le terapie quotidiane giunsero in studio anche gli altri colleghi, ai quali raccontai l’accaduto. Tutti rimasero colpiti dalla storia, e Giorgino divenne all’istante la mascotte dell’ambulatorio.

Cercai di trascorrere ogni momento libero della giornata, tra una visita e l’altra, vicino al nuovo arrivato. Il micio era molto agitato, guardava giù dalla gabbia con terrore allungando il collo come una giraffa; sembrava avesse le vertigini e se ne stava il più lontano possibile dalla parte che dava sul vuoto, prediligendo il centro. Questo suo atteggiamento continuò per diversi giorni; anche a tenerlo in braccio la sua agitazione non diminuiva. Cominciai a sospettare che il micio, dopo la terribile avventura che gli era da poco successa, avesse la fobia dell’altezza. Di solito i gatti non soffrono di vertigini, anzi, davanzali e corrimani, parapetti e cornicioni suscitano in loro un’attrazione fatale. Penso che a tutti sia capitato di osservare, facendo venire i brividi, l’eleganza e l’incoscienza di un gatto che disinvolto camminava sul bordo di una strettissima ringhiera a un imprecisato piano di un condominio. Come un inventore che ha avuto un’improvvisa ispirazione, decisi di cambiargli sistemazione e di collocarlo nel piano basso della gabbia. Subito il suo comportamento mutò e nel giro di poco iniziò a emettere delle tenere fusa, come ringraziamento e per comunicarmi il suo agio.

Soprannominarlo Icaro fu naturale, come chiamare Schumi un gatto che corre velocissimo. Dopo soli tre giorni di terapia intensiva dal suo nasino non fuoriusciva più sangue, e anche i frequenti starnuti diminuirono. La piccola fessura del palato che si era procurato con la caduta si era quasi sigillata. Era giunto il momento di attivarci per trovargli al più presto una nuova sistemazione e così mettemmo in azione tutte le nostre strategie, collaudate da tempo. Una macchina da guerra stava per mettersi in moto: molte persone amanti degli animali sarebbero state contattate. Facebook, e-mail, sms, WhatsApp ecc. furono utilizzati per proporre la sua adozione, raccontando la sua sfortunata storia, specificando che il felino prediligeva un’abitazione a pian terreno. Tra tutte le persone che vennero in studio o che risposero all’annuncio, la più affidabile ci parve la signora Borghini. Nostra cliente da sempre e amante dei gatti, soprattutto abitava al pian terreno di un condominio. Il suo incontro con Giorgino fu commovente. Aveva solo visionato delle foto sul cellulare della figlia, e quando lo vide per la prima volta la sua sorpresa fu palese.

“Ma che bello! È ancora più carino che in foto”, e giù carezze, che il micio non disdegnava. Giorgino, forse un po’ ruffiano, spingeva la sua fronte contro quella della signora, le leccava le mani e gliele mordeva delicatamente. Fu amore a prima vista, un colpo di fulmine, una freccia lanciata da Cupido andata a segno. Glielo consegnammo con gioia, consapevoli che entrambi avrebbero beneficiato positivamente di quest’amicizia.

Due giorni dopo, un messaggio euforico rimase registrato sulla segreteria telefonica: “Buongiorno dottori! Qui tutto benone. Io e Giorgino ce la spassiamo alla grande. Sembriamo degli amici di vecchia data; ci intendiamo su tutto. È il micio ideale: non salta sul tavolo, né sul letto, né sul divano, né sui mobili, e non si attacca alle tende. Tutto ciò che si trova a una spanna sopra il pavimento, per lui è pericoloso. È un tesoro, non finirò mai di ringraziarvi”.

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Amante degli animali sin da piccola, ho sviluppato il mio amore per i cani quando ho tenuto tra le mie braccia per la prima volta un cucciolo di tre mesi di Golden Retriever. Ed è stato amore a prima vista!