Ines la gattara: storia di un amore oltre i limiti

ines la gattara
“Sono convinto che Ines sia vissuta così a lungo per l’amore e l’impegno che i gatti le hanno donato”. © Wayne Low – Unsplash

Il veterinario Diego Manca ci parla della vita di Ines la gattara, un’anziana signora che ha dedicato la sua vita ai gatti. Non perdetevi la sua storia.

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Con Ines la gattara ritorna l’appuntamento settimanale con Storie da Leccarsi i Baffi, il libro scritto dal medico veterinario Diego Manca (Lit Edizioni Srl), in cui racconta le storie più appassionanti vissute nel corso della sua carriera. Gli amanti dei gatti resteranno incantati dalla delicatezza delle sue storie.

Ines la gattara

Ines era un’anziana e minuta signora; viveva circondata da dozzine di gatti e quando i felini tenevano la coda all’insù, le arrivavano fin quasi alla vita.
Mi telefonò una mattina presto, chiedendo aiuto perché una sua micia, Ortensia, non riusciva a partorire. Avevo già sentito parlare di questa donna che stravedeva per i gatti e li accudiva amorevolmente, ma non avrei mai immaginato la miriade di gatti che sfamava. Arrivai trafelato nel luogo prestabilito; parcheggiai, scesi dalla macchina e la vidi. Lei era indaffarata a colmare ciotole con pasta, riso e carne, attenta a non inciampare tra un micio e l’altro. Uno stuolo di gatti famelici l’attorniava. Ero senza parole, sbucavano da ogni angolo al solo sentire la sua esile voce. Il rumore del cozzare delle ciotole non faceva altro che richiamare ancora di più i ritardatari. La vidi parlare, ridere e commuoversi con loro; a ogni micio aveva dato un nome che solo lei ricordava e se qualcuno mancava all’appello, la preoccupazione l’invadeva.
“Tutti i giorni, più volte al giorno, con la pioggia o la neve, il vento o il sole torrido io vengo qui, e loro sono degli orologi precisissimi, non sbagliano mai”, mi rivelò.

Una vecchia fabbrica diroccata dava rifugio ai gatti che probabilmente si passavano “parola” perché così tanti mici insieme io non li avevo mai visti… neppure negli allevamenti. Era surreale vederla in mezzo a loro, sembrava parlassero la stessa lingua e s’intendessero alla perfezione. C’erano i gatti socievoli, che strusciavano il musetto e il loro corpo sulle nostre gambe, quelli selvatici che se ne stavano a debita distanza aspettando la ciotola giusta, quelli aggressivi che volevano essere i primi a mangiare e tra un ringhio e una zampata conquistavano la pappa, i subordinati che aspettavano trepidanti il loro turno, gli ammalati o i vecchi che dovevano essere imboccati. Ines accarezzava tutti quelli che poteva, anche se per alcuni era impossibile.
“Vede quello là? Il bianco e nero?”, mi disse. “Sono mesi che cerco di avvicinarlo per curargli una ferita vicino all’occhio, ma non ci sono mai riuscita. Appena mi avvicino troppo, lui scappa. Allora gli nascondo dell’antibiotico nella pappa e lui lo mangia senza pensarci due volte. Spesso sparisce per giorni e quando non ho più la speranza di vederlo comparire, riappare ancora più malridotto. L’ho chiamato Vallanzasca, come il famoso ladro che ogni tanto evadeva e poi veniva riacciuffato. Adesso la porto da Ortensia, una delle mie predilette: non riesce a partorire da stamattina”.

Ci facemmo strada tra code sventolanti, miagolii e fusa finché, in un luogo appartato dentro una cesta in vimini, di quelle che si utilizzano per Natale stipate di ogni ben di Dio, apparve Ortensia. Una bellissima micia bianca a pelo lungo, con gli occhi azzurri come il mare di Sardegna. La gatta non si scompose, era affaticata, e la voce di Ines la tranquillizzava. Mi avvicinai lentamente, posai la borsa ed estrassi il fonendoscopio. L’adagiai su un fianco per auscultarle il cuore e, inaspettatamente, vidi che da sotto alla coda spuntavano le zampine di un cucciolo.
“Guardi!”, dissi alla signora, “un piccolino si è bloccato a metà… è podalico”. Era gelato e senza reazioni. “È già morto ed è molto grande, è per questo che non è riuscita a partorirlo. Vado in macchina a prendere un gel lubrificante perché il parto ormai è asciutto e senza ungere bene la via naturale avrei difficoltà a estrarglielo”.

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Ritornai di corsa dalla partoriente e notai che Ines era china su di lei e le sussurrava delle parole dolci mentre l’accarezzava. Mi infilai un paio di guanti in lattice e depositai sulle dita di una mano un po’ di gel e iniziai a lubrificare la zona. Poi, con delicate trazioni e movimenti, tirai verso l’esterno il micino e a fatica lo estrassi. Uscì anche la placenta. Palpai l’addome della gatta e non sentii altri piccoli.
“Ne ha solo uno, non capita spesso una cucciolata singola, Ortensia è una micia speciale”.
“Meno male che è riuscito ad aiutarla, ma… avrà in corso un’infezione?”, mi domandò perplessa. “Adesso praticherò un’iniezione di antibiotico e farò dell’ossitocina per ripulire le vie del parto”, risposi.
“Vorrei sterilizzarla al più presto, per evitarle altri guai. Quanto dobbiamo aspettare?”, chiese.
“Tre settimane andranno bene, passerò io a prenderla e la terrò qualche giorno in ambulatorio per la convalescenza”, confermai.
“Già che è qui, vorrei farle visitare altri gatti che non sono in buona salute”, aggiunse.

Erano tanti quelli in pessime condizioni, alcuni vecchissimi, magri e senza denti, altri avevano tosse e raffreddore; solo l’aiuto di Ines li sosteneva, poiché da soli non sarebbero mai riusciti a procacciarsi il cibo. I mici della colonia non erano vaccinati e quando un virus s’intrufolava, combinava grossi guai; la spietata legge di madre natura compiva la sua selezione.
Non ero l’unico veterinario che ogni tanto Ines interpellava, cercava di avere aiuto da tutti, e insieme le davamo una mano a gestire il gattile. Lavoravamo praticamente gratis, nessuno di noi si sarebbe mai sognato di chiederle qualcosa, era lei che ogni tanto offriva quel che poteva.

Un giorno andai a casa sua perché da sola non riusciva a somministrare dei farmaci a un vecchio micio; solo le iniezioni lo avrebbero aiutato. L’abitazione non era molto distante dal rifugio dei gatti randagi. Era una piccola e desolata casetta su due piani, con le ringhiere dei balconi arrugginite, i muri scrostati e la porta d’entrata sempre aperta. Un micio davanti all’uscio mi lasciò passare, ma con uno sguardo enigmatico. Ines mi venne incontro con la sua andatura claudicante e fece strada. Un lungo corridoio buio ci introdusse nel primo vano. All’interno le pareti dei muri erano annerite dall’umidità; con sorpresa mi resi presto conto che, oltre ai numerosi gatti della colonia, anche la sua abitazione brulicava di mici. Erano dappertutto, nei cassetti aperti, sui pensili, sulle sedie e vecchie cassette di legno. Cercai di nascondere la mia incredulità e chiesi dove fosse il gatto che necessitava di cure.
“Attenda un attimo”, assicurò. “Vediamo se Nerofumo è al suo solito posto”, disse spostando delle pile barcollanti di vecchi giornali. “Be’, eccolo qui, ti sei nascosto proprio bene”.
Il micio starnutì e Ines tirò fuori dalla tasca del grembiule un fazzoletto, forse il suo, e gli pulì il naso colante. Presi il micio in braccio, lo posai sopra un vecchio comodino e iniziai a visitarlo.
“Ha una brutta laringite, la gola è tutta rossa, per forza non riesce a somministrargli i farmaci, Nerofumo avrà dolore a deglutire pure l’acqua. Ha anche la febbre”, notai controllando il termometro.

Gli somministrai i farmaci con delle iniezioni e il micio non emise un miagolio. Gli feci anche una flebo sottocutanea per idratarlo e la reazione fu la medesima.
“Questa terapia dovremo continuarla per un po’ di giorni; sono abbastanza ottimista, penso ce la possa fare”, dichiarai. Poi mi portò in cucina perché altri gatti avevano bisogno di cure. Mentre io visitavo, lei preparava il rancio per i gatti, in un grosso pentolone; aprì il frigorifero e prese della carne trita, poi vuotò un sacchetto di pasta e uno di riso nella stessa pignatta e iniziò a rimestare a fuoco lento; per riuscire a lavorare dovette spingere fuori dalla cucina dei mici curiosi e ingordi e chiudere la porta a chiave; ci volle anche il mio aiuto.
“Ci sono dei giorni che con difficoltà riesco a mandarli fuori tutti, ne spedisco uno e se ne intrufolano due, è una lotta divertente. Il problema è che non ho più l’età, faccio sempre più fatica e impiego molto tempo per manualità che prima sbrigavo velocemente”, disse persuasiva.
Quando pensai di aver terminato le visite, la signora esclamò: “E adesso dottore mi segua, la porto a vedere la più bella cucciolata che lei abbia mai visto”.
Ritirai nella borsa la mia attrezzatura e seguii lentamente Ines.
“Da questa parte”, disse lei accelerando il passo claudicante. “Eccoci arrivati”, gioì.
Sopra uno smunto cuscino era acciambellata una micia nera. “Mi dica la verità, cosa c’è di più rilassante che vedere una gatta mentre allatta e accudisce in questo modo tre gattini? E non sono suoi! L’altro ieri sono uscita per fare una piccola spesa e dal cassonetto di fronte alla mia abitazione provenivano certi miagolii… Io sono un po’ sorda ma era impossibile non sentirli. Ho sollevato il coperchio e appena sotto, dentro a un piccolo cartone, c’erano i micini. Chissà quanta gente ha udito il loro lamento e non si è fermata. Bastardi!”, strillò arrossendo. Aveva ragione, ma la gente non si ferma neanche davanti a una persona che chiede disperatamente aiuto, figurarsi al sentire dei miagolii. Erano proprio belli e che piacere accarezzarli mentre infondevano tenerezza e letizia. Ines era estasiata e più li accarezzava più le sue fatiche sembravano svanire.

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Mi spiaceva tanto osservare il disordine e la sporcizia nella quale lei viveva. In tutta la casa la puzza di urina era pungente, ma Ines non l’avvertiva più. Sinceramente avrei voluto dedicare del tempo ad aiutarla a sistemare in po’ il suo alloggio, ma senza dubbio avrei sconvolto il suo mondo, il suo “ordine”, e poi che diritto avevo io? Possibile che il Comune non si accorgeva in che condizioni viveva Ines? Forse aspettava solamente che l’anziana signora passasse in fretta a miglior vita? La sua casa non era isolata, era ammissibile che i vicini facessero finta di non vedere? Boh! Ogni volta che venivo via da quel posto la malinconia m’inondava; ero solo un giovane veterinario e l’unico modo che possedevo per darle una mano era svolgere nel migliore dei modi la mia professione, come una sorta di volontariato assistenziale. La sua pensione, probabilmente, la spendeva per dare vitto e alloggio ai gatti. Ma lei era felice solo così, e il più bel regalo che potessimo farle era guarire un micio ormai spacciato.
Un giorno mi confidò: “Ho sempre avuto gatti nella mia vita, li ho sempre rispettati e amati; tanti particolari ci accomunano, soprattutto l’indipendenza e la selvatichezza. C’è un’intesa sottilissima che mi unisce a loro”, e mentre parlava spazzolava, puliva… non stava mai seduta un attimo. Rimasi lusingato da questa sua rivelazione; avrei voluto avviare una chiacchierata e rivolgerle diverse domande che da tempo ero curioso di porle, ma preferii lasciare a lei questi attimi di confidenza. Una vigilia di Natale mi chiamò per un’urgenza, lei non guidava e non poteva trasportare i soggetti ammalati in ambulatorio. Un gatto era tornato a casa con un terribile taglio sulla schiena.
“Brutta ferita, devo assolutamente portarmelo in studio, qui non riuscirei a lavorare bene, non ho tutta l’attrezzatura necessaria”, giustificai.
“Oooh povero Mezzanotte, trascorrerai il Natale lontano da qui”, mormorò lei.
“Sì, non c’è altra possibilità per lui ed è meglio così”, commentai.
Prima che uscissi dalla sua abitazione insieme a Mezzanotte mi intimò: “Aspetti! Stavo quasi per dimenticarmene. Questo panettone è per lei. Auguri di Buon Natale. Faccia il possibile per rimettermi in sesto il micio”, concluse. La ringraziai moltissimo e apprezzai quel regalo più di tutti quelli che ricevetti quell’anno.

Non sapevo nulla di Ines, se era stata sposata, se aveva avuto dei figli; non m’interessava saperlo, ogni volta che visitavo i suoi gatti e la incontravo, era come scoprire un personaggio uscito da una fiaba e non volevo rovinare questa specie di magia. Ines, non so perché, non me la immaginavo giovane, la vedevo solo così, anziana e indaffarata per i suoi amati gatti, noncurante dei suoi acciacchi.
Ines è già da qualche anno che non c’è più. La sua piccola casa è stata ristrutturata e delle decine degli inquilini gatti non c’è più traccia; chissà che fine hanno fatto. È desolante vedere tutto questo; è vero, forse prima quello stabile era troppo fatiscente, ma per lo meno non si poteva non notarlo. Adesso passi davanti e non ci fai più caso. Tutto è stato cancellato… anche quell’atmosfera fiabesca.

Sono convinto che Ines sia vissuta così a lungo per l’amore e l’impegno che i gatti le hanno donato; loro avevano bisogno di essere accuditi e per questo motivo lei si muoveva, parlava, aveva uno scopo. Senza l’impegno dei suoi mici si sarebbe chiusa nella sua dimora invecchiando precocemente, nella palese delusione di sentirsi inutile. La solitudine o la depressione sono il peggior male della nostra società e queste “malattie”, purtroppo, possono colpire tutti, dai giovani agli anziani. Per le persone di età avanzata però, il trauma è ancora maggiore perché sovente gli amici d’infanzia o conosciuti durante l’esistenza, non ci sono più e i figli, se ci sono, spesso vivono lontano. Ecco che, paradossalmente, gli animali diventano una valvola di sfogo, l’unico modo per sentirsi ancora utili.
“Non c’è dubbio…”, pensai al termine di questa riflessione, “… gli animali sono un elisir di giovinezza e di sorrisi. Evviva gli animali”.

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Amante degli animali sin da piccola, ho sviluppato il mio amore per i cani quando ho tenuto tra le mie braccia per la prima volta un cucciolo di tre mesi di Golden Retriever. Ed è stato amore a prima vista!