La Micia Trippi: storia di un salvataggio miracoloso

La micia Trippi
“La micia si era appisolata proprio al centro del divano e appena la intravidi la mia sorpresa fu evidente”. ©Kasya Shahovskaya – Unsplash

Il medico veterinario Diego Manca ci racconta la storia de La Micia Trippi. Non perdetevi ogni venerdì per 6 settimane l’appuntamento con le Storie da Leccarsi i Baffi.

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Cari amici di Wamiz, la fine dell’estate si avvicina e, se come noi, non avete voglia di pensare minimamente al freddo invernale che ci attende, abbiamo trovato il modo per scadarvi il cuore.

Insieme al Dottor Veterinario Diego Manca abbiamo deciso di condividere con voi alcune delle sue “storie da ambulatorio” raccolte nel suo libro Storie da Leccarsi i Baffi (Lit Edizioni Srl). Ogni venerdì per voi una storia in grado di insegnarvi tanto sulla cura del vostro amico a quattro zampe. Buona lettura!

La Micia Trippi

Mi trovavo a casa dei signori Algisi e avevo appena terminato di vaccinare il loro segugio. Dolly era una magnifica cagna color fulvo, pelo corto, magra e con un carattere docilissimo, ottima per la caccia e per la compagnia. Il suo proprietario se ne vantava a ogni occasione perché secondo lui era la migliore in tutta la zona, come naso, s’intende. Il signor Algisi, insieme ai suoi amici, aveva creato una bella squadra di cacciatori entusiasti e preparati, amanti della natura e rispettosi delle sue regole. Cacciavano la piuma nella Bassa e il loro carniere era sempre ricco.

“Dottor Manca”, disse lui allacciandosi gli scarponi mentre io richiudevo la borsa, “vorrei farle vedere le foto dell’ultima battuta di caccia, le va?”.
“O sì… volentieri”, approvai.
E così parlammo ancora per un po’ di pernici e coturnici, starne e fagiani. Uscimmo in cortile per salutarci, diedi un’ultima carezza a una Dolly festosa mentre lui contemporaneamente salutava, a denti stretti, i vicini di casa che stavano uscendo in quel momento. Il suo viso passò, velocissimo, da un sorriso gratificato a un atteggiamento freddo e distaccato.

Il signor Algisi scrollando la testa mi confidò: “Quelli sono i nostri nuovi vicini di casa; brave persone, niente da dire, educate, ma anche molto originali”. Si avvicinò ancora di più e quasi mi bisbigliò nell’orecchio: “Sono contro la caccia, e tutto ciò che le gira intorno; ma la cosa che ci stupisce di più è il fatto che sono vegetariani. Pensi che il giorno del trasloco, non conoscendoli, ebbi la fantastica idea di donare loro, come benvenuto, un bel salame di cinghiale fatto da noi. Essi, quasi scandalizzati, mi hanno ringraziato, ma non l’hanno accettato, scusandosi ripetutamente”. “Siamo vegetariani”.
“Be’, forse una bottiglia di vino avrebbe fatto meno danni”, ammise l’Algisi.
Tutti nel piccolo paese li guardavano con aria di sufficienza, sembravano degli extraterrestri. Mai nessuno dei residenti era stato vegetariano, anche perché in quello sperduto comune di montagna l’uomo lavorava ancora la terra e conduceva gli animali al pascolo portando avanti una vita semplice ma dispendiosa in calorie e il rapporto uomo-animale era vissuto come almeno un secolo fa. Quindi una bella bistecca quotidiana, era sacrosanta; con un’insalata o una minestra non si stava in piedi. Io lo ascoltavo tra il divertito e il meravigliato, poiché non vedevo in quelle “strane” persone chissà quale anomalia. Erano solo dei vegetariani, niente più; secondo me sarebbe stato più difficile da digerire essere uno sfegatato tifoso del Milan e avere dei vicini di casa Juventini convinti. Ci salutammo ancora una volta e gli consigliai di non pensarci più.
“Il mondo è bello perché vario”, conclusi.
Settimane più tardi vennero in ambulatorio i signori Richetti, i nuovi vicini di casa del signor Algisi, poiché avevano adottato un gattino. Era stato proprio il Richetti a consigliare loro di recarsi presso la mia struttura. Erano delle persone molto simpatiche, sulla quarantina, provenivano dalla città di Verona, e tutto d’un tratto la decisione di cambiare vita, per rifugiarsi nella vecchia casa appartenuta alla nonna. Entrambi lavoravano nel Milanese, ma preferivano fare i pendolari e alzarsi presto tutte le mattine.
“Sapesse che bello tornare a casa alla sera e sentire i grilli cantare al posto di clacson o antifurti che ti fanno scoppiare la testa”, diceva il Richetti.
“Sono della sua stessa idea”, continuai. “Pensi che appena laureato, ebbi la possibilità di fare tirocinio in una grande e affermata clinica veterinaria milanese. Dopo qualche mese mi fu offerta la possibilità di lavorarvi come turnista. Anche se lusingato non accettai la proposta per i suoi stessi motivi”.

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Presi in braccio la micina, tutta grigia, la pesai. Controllai occhi, orecchie, i dentini da latte, la bocca, la temperatura, auscultai il cuore. Tutto era normale mentre Trippi, così l’avevano chiamata, continuava a fare le fusa tenendo la coda ben dritta. Diedi loro i classici consigli che sempre elargivo a chi per la prima volta adottava un animale; oltretutto a differenza del cane, il gatto, molto più indipendente, necessitava di minori suggerimenti per la sua educazione. Vaccinai la
micina e consigliai la sverminazione poiché quasi certamente Trippi era infestata da parassiti.
“Dove l’avete trovata?”, chiesi.
“Veramente è lei che ha trovato noi”, affermò la signora Richetti.
“È corsa, spaventata da Dolly, la cagna del signor Algisi, direttamente nel corridoio di casa nostra. Era terrorizzata. Noi l’abbiamo da una decina di giorni, ci piacerebbe che uscisse un po’ di casa anche perché abbiamo un bel giardino, ma lei è atterrita dai cani che circondano la nostra abitazione e non c’è modo di farla uscire”.
“Peccato”, risposi. “Un gatto ha bisogno di esplorare e conoscere il luogo dove vive, perlustrare l’ambiente, memorizzare ogni odore. Trippi è un po’ particolare. D’altronde non conosciamo la sua storia, può darsi che abbia avuto delle esperienze negative che l’hanno indotta a questo comportamento. Ma non importa, se lei sta bene così è inutile complicarle la vita”.
Vollero anche il biglietto da visita con gli orari e i numeri telefonici.
Si congedarono dallo studio tenendo in braccio la loro beniamina.
Si fecero sentire ancora qualche volta per telefono per dei consigli; l’ultima volta perché la micia, ormai di quasi sei mesi, sarebbe dovuta andare in calore. Ma trascorsero ancora altri tre mesi e la micia non manifestò alcun sintomo tipico; ancora un altro mese e niente.
Passarono ancora altre settimane finché una telefonata allarmata del signor Richetti, mi lasciò perplesso.
“Dottore, Trippi ha ormai quasi un anno e non è ancora andata in calore, o comunque non ha mai mostrato la più lieve avvisaglia. Ultimamente non la vediamo bene, è debole, respira male, ha poco appetito, è svogliata, è dimagrita. Le saremmo grati se lei venisse a casa nostra a visitarla”.

“Ma certamente”, risposi. “Sarò da voi domani sera dopo la chiusura dell’ambulatorio”.

Agganciai turbato la cornetta del telefono; una micia così giovane e con quella sintomatologia…
Questo tormentone roteò senza sosta nella mia testa, fino a quando non visitai Trippi. I signori Richetti mi fecero accomodare nella spaziosa sala; un grande sofà a forma di L ne occupava una buona parte, mentre un bellissimo arazzo che riproduceva le imprese eroiche di
alcuni cavalieri medioevali ricopriva un’intera parete. La micia si era appisolata proprio al centro del divano e appena la intravidi la mia sorpresa fu evidente. Era molto magra, gli occhi quasi assenti e infossati nelle cavità orbitarie. Mi chinai verso di lei e rimasi qualche istante a osservarla, poi domandai: “Non è mai uscita di casa?”.
“No, ha da sempre il terrore dei cani mentre qui si sente al sicuro. Abbiamo provato a portarla in giardino anche tenendola in braccio, ma si è sempre divincolata rifiutando qualsiasi nostro tentativo; anche il più gentile”, giustificò la moglie.
All’auscultazione si percepiva un lieve soffio cardiaco, particolare che da cucciola non avevo rilevato. La respirazione, più forzata, era superficiale. Sembrava una micia di parecchi anni. Non aveva febbre, non aveva tosse né vomito o altro.
“Ha un po’ di appetito?”, domandai sempre più disorientato.
“Ma sì, mangiucchia, non con entusiasmo però, non si può dire che non si nutra. Mangia come noi, un’alimentazione casalinga; non ci piace dare cibi in scatola o crocchette”, rispose il Richetti.
“Sì, sì”, mormorai grattandomi la testa. Palpai bene l’addome e controllai ancora la respirazione. Faceva proprio fatica a inspirare, all’auscultazione si percepiva un probabile versamento polmonare. Ero sempre più perplesso e come prima ipotesi pensavo avesse una malattia virale mortale: la Peritonite Infettiva, che appunto poteva provocare versamenti toracici oltre che addominali. “Vorrei portarla con me in ambulatorio per fare alcuni accertamenti. Avrei intenzione di farle una radiografia del torace e degli esami del sangue per valutare se è anche anemica”, spiegai.
“Certo dottore, tutto quello che è necessario”, confermò il signor Richetti.
“Bene, venga anche lei, probabilmente avrò bisogno di un aiuto, e se nel frattempo avrò ancora dei dubbi da chiarire lei potrà essermi utile”, chiesi gentilmente.
“Teresa…”, esclamò lui, “sai dov’è il trasportino della micia?”.
Sua moglie scomparve e riapparve con la gabbietta tra le braccia e il “mucchietto” di pelle e ossa fu sistemato al suo interno. La signora aveva collocato sul fondo un cuscino morbido, ricoperto da una stoffa rossa con disegnati dei mici bianchi e neri. Trippi vi si sprofondò senza nessuna reazione e nel tragitto non miagolò mai e rimase immobile in una posizione che l’aiutava a respirare meglio.

La fronte corrugata e l’espressione preoccupata di Carlo, così si chiamava il signor Richetti, rispecchiavano il mio stato d’animo. Non ci scambiammo una parola per tutto il tragitto.
Giungemmo in ambulatorio; accesi le luci della sala d’attesa e li feci accomodare.

“Solo qualche minuto”, assicurai. Girai i liquidi di sviluppo e fissaggio, schiacciai il pulsante “start” del radiologico e accesi la macchina di ematologia. Trippi intanto era impassibile, con la sua respirazione forzata e la bocca che ogni tanto spalancava durante l’inspirazione. Sviluppai la lastra e, dopo il prelievo, svolsi gli esami del sangue. Ebbi la conferma del versamento toracico, ma le proteine totali del sangue risultarono normali e il sospetto di peritonite infettiva
svanì per una percentuale altissima.
“Spedirò per sicurezza il sangue di Trippi in laboratorio e richiederò il titolo anticorpale di questa malattia”, commentai.
Anche i globuli bianchi erano nella norma, solo i globuli rossi erano di poco sotto il limite, ma niente di importante. Le dimensioni del cuore, invece, mi sembravano aumentate. Continuai a osservare quell’ombra cardiaca sospettoso. O la micia aveva un problema congenito o… Di colpo sgranai gli occhi e mi balenò in testa la frase che il signor Carlo disse a casa sua mentre stavo visitando la gatta: “Mangia come noi…”.
Domandai interessato: “Per caso… siete vegetariani?”.
“Certamente”, affermò lui.
“Bingo!”, mormorai, e ancora: “La micia quindi mangia come voi, cioè niente carne vero?”.
“Sì, niente carne o derivati”.
“Be’”, soggiunsi come un detective arrivato alla soluzione del caso, “a questo punto penso che Trippi soffra di carenza di Taurina”.
“Taurina?”, esclamò lui.
“Sì. È un aminoacido essenziale nella dieta di un gatto, poiché i felini non sono in grado di sintetizzarlo da altri aminoacidi ed è contenuto nella carne. I gatti sono prettamente carnivori e ne hanno bisogno per la loro salute. La sintomatologia che ha la sua micia coincide perfettamente con questa privazione”.

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“Ma Trippi assume ugualmente proteine: dalla soia, dai legumi… e come li gradisce”, sottolineò il signor Carlo.
“Non è la stessa cosa, sono proteine diverse e non apportano alla micia il fabbisogno fisiologico quotidiano; oltretutto la gatta non uscendo mai di casa non ha avuto la possibilità di cibarsi di topolini o di qualche resto di carne avanzato dai numerosi cani del circondario, per rifornirsi delle proteine giuste. Fortunatamente questa malattia è reversibile e se integrate immediatamente la dieta della gatta con carne, state certi che rinascerà”.
Il signor Richetti mimò una faccia contrariata; forse un pezzo del suo mondo gli stava crollando addosso, oppure non era convinto della mia diagnosi. Constatata la sua perplessità continuai: “Capisco, ciò che ho appena terminato di esporle potrà sembrarle assurdo, ma ora più che mai ne sono sicuro… e poi basta provare. Signor Richetti parliamoci chiaro, la sua micia sta rischiando la vita. Lei e sua moglie siete liberi di scegliere l’alimentazione che desiderate, ma Trippi l’avreste sulla coscienza”.
“Ma proprio non esiste altro metodo?”, chiese quasi implorando.
“Ma sì… in commercio ci saranno certamente degli integratori che contengono questo aminoacido, ma non è la stessa cosa. Somministrare pillole a un gatto per tutta la vita, solo perché voi siete vege-
tariani convinti, non mi sembra una soluzione…”, conclusi togliendomi il camice e lavandomi le mani.

Dopo qualche attimo di esitazione il signor Carlo, mentre stringeva Trippi, confermò la disponibilità a cambiare dieta al gatto e aggiunse: “Mi deve scusare dottore, non avevo compreso la gravità della situazione; immaginavo tutt’altra diagnosi o terapia, non ero preparato a un simile verdetto. Mi sento in colpa perché senza il suo aiuto avremmo ucciso la nostra gatta. Anche mia moglie sarà sorpresa dalla sua valutazione”.
Era già sera inoltrata e riaccompagnai a casa micia e padrone. Al ritorno, mentre guidavo, il mio pensiero andava a quella povera bestiola in fin di vita e anche a certa gente come i Richetti, persone istruite, laureate, eppure… Com’era possibile che il buon senso non avesse cancellato il minimo dubbio che una tale dieta avrebbe potuto causare dei seri problemi a un vero carnivoro come il gatto?
Ebbi più volte la tentazione di telefonare al signor Carlo, ma eravamo rimasti d’accordo che sarebbe stato lui a farsi sentire. Nel frattempo, dal laboratorio, pervenne il referto che confermò ancora di più la mia diagnosi: titolo anticorpale Peritonite Infettiva Felina negativo.
Finalmente, dopo qualche settimana giunse la sospirata telefonata dei proprietari di Trippi: “Dottor Manca, sono il signor Richetti”, la voce chiara e serena mi rincuorò subito. “Volevamo darle notizie
della nostra micia”.
“Bene, come sta?”, chiesi curiosissimo.
“È rinata, e già da qualche giorno la sua respirazione è tornata normale. Aveva ragione lei, le proteine animali hanno fatto la differenza e ieri è andata in calore; pensiamo di sterilizzarla presto. Grazie tante per quello che ha fatto. Le passo mia moglie che vuole ringraziarla di persona”.

Non finivano più di elogiarmi e io mi sentivo molto soddisfatto. Avevo salvato un animale senza utilizzare nessun farmaco e tutto ciò mi sembrava irreale.
Settimane più tardi sterilizzai Trippi, e pochi mesi dopo averle tolto i punti i Richetti si trasferirono nuovamente in Veneto per lavoro.
Non ebbi più loro notizie e, nonostante siano trascorsi diversi anni dall’episodio, spesso mi ritorna alla mente Trippi e un curioso e assillante dubbio: “Ma… i Richetti, saranno ancora vegetariani?”.

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Amante degli animali sin da piccola, ho sviluppato il mio amore per i cani quando ho tenuto tra le mie braccia per la prima volta un cucciolo di tre mesi di Golden Retriever. Ed è stato amore a prima vista!