Nerina: la storia della gatta del veterinario Diego Manca

Nerina
” I due mesi erano volati ed eravamo ancora allegramente sorpresi mentre le guardavamo. Un filo di nostalgia ci annodava tutti insieme”. ©Pixabay

Diego Manca torna con le sue Storie de Leccarsi i Baffi. Il veterinario ci racconta questa volta la storia del parto della sua gattina.

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Nerina, è la gatta del medico veterinario Diego Manca che, come ogni venerdì, torna su Wamiz.it per raccontarci le storie più tenere, divertenti e commoventi del suo lavoro. Questa settimana, il racconto preso da Storie da Leccarsi i Baffi (Lit Edizioni Srl), entra nella vita del dottore stesso, che ci racconta come è stato vissuto il parto della sua gattina dai membri della sua famiglia (e da lui stesso!). Buona lettura!

Nerina

Papà! Papà… vieni a vedere la Nerina”, si sgolò mio figlio Dario appena entrato in lavanderia.

La nostra micia, Nerina per l’appunto, era una comune gatta europea nera e bianca. Aveva un carattere dolcissimo e le piacevano così tanto le coccole che spesso io, mia moglie e mio figlio, a turno, ce la passavamo senza che lei si stancasse mai delle nostre attenzioni. In definitiva era una micia da grembo.

Dario era impaziente di scoprire quale miscuglio di colori sarebbe venuto fuori dopo il galeotto incontro tra la nostra gatta e Jerry, il siamese dei vicini di casa, che era il suo fidanzato ufficiale.

Avevamo preparato in lavanderia una sorta di sala parto; un voluminoso cartone era stato foderato al suo interno con diversi strati di panni, la cassetta con la lettiera e la ciotola d’acqua erano rinnovate più volte al giorno e io avevo riunito i farmaci e ciò che poteva essere utile in caso d’urgenza.

Il nostro felino aveva l’abitudine di andare a dormire in lavanderia, e guai se non ce lo portavamo; avrebbe continuato a miagolare fino a ottenere quello che voleva perché, come recita un proverbio inglese, “Agli occhi del gatto tutto appartiene al gatto”.

I segni evidenti della gravidanza, che in totale dura in media 60-63 giorni, cominciarono a intravedersi verso la 7° settimana; un accenno di pancia, infatti, iniziò a riempire la lieve silhouette dell’addome, anche le mammelle aumentavano di volume.
L’appetito della micia mutò; cominciò a mangiucchiare tante volte al giorno prediligendo il cibo secco. Dario era il responsabile della ciotola e doveva ricolmarla non appena si vuotava.

Durante le ultime 2- 3 settimane di gravidanza, erano visibili i movimenti fetali attraverso la parete addominale, confermati da un brusco movimento della testa della gatta verso i fianchi; allora noi coricavamo affettuosamente la micia su di un lato per osservarli meglio lasciandoci sfuggire degli “Ooooooooo …” e dei “Teneriii … ” interminabili.

Man mano che si avvicinava il parto la micia era sempre più irrequieta e cercava di stare per conto suo, evitando il nostro interesse. Sembrava gradisse la “sala parto” che le avevamo allestito poiché trascorreva sempre più tempo in lavanderia chiedendo molte volte al giorno di scendere.

Mio figlio era sempre più inquieto e mi tempestava di domande: “Papà, e se Nerina non riuscisse a partorire? Ha una pancia così grossa… e nel caso le succedesse di notte quando noi dormiamo? Cosa le potrà accadere?”.

Io lo rassicuravo: “Dario, devi sapere che la gatta ha un canale del parto quasi perfetto. Io ho effettuato pochissimi tagli cesarei nelle micie; nei rari casi erano femmine anziane o con problemi fisici. Stai tranquillo, Nerina non avrà nessun problema… e poi è giovane e il suo ‘consorte’ lo è altrettanto. Vedrai, darà alla luce i micini senza che noi ce ne accorgiamo”. Mio figlio parve più sollevato e accennò un sorriso.

“Sai papà che ho già in mente i nomi?”.

“Ah sì?”, esclamai desideroso di sapere, “e come li vorresti chiamare?”.

“Be’, dipende se saranno maschi o femmine… comunque Schizzo, Ciotola e Scheggia sono i miei preferiti”.

“Carini, sono nomi simpatici fatti apposta per dei gatti”.

Dario, poco dopo ritornò all’attacco: “Di che colore saranno?”.

“Non è facile prevederlo; ma visto che la nostra Nerina è bianca e nera, il nero ci sarà di sicuro, dato che è una delle tinte dominanti”. Mentre parlavamo ci avviammo in lavanderia per accertarci che sabbia, cibo e acqua, fossero a posto.
La nostra micia, come se le avessimo dato un appuntamento, sbucò fulminea da sotto l’ortensia e ci seguì. Non c’era ombra di dubbio, aveva compreso che stavamo parlando di lei, e i suoi asfissianti miagolii pareva chiedessero un resoconto del nostro dialogo. Nerina si strusciò col muso sulle nostre gambe facendo le fusa; aveva parecchio pelo da strigliare, nonostante lei trascorresse molte ore al giorno a lavarsi.

“Passami quella spazzola, sopra la lavatrice”, chiesi a mio figlio.

“Adesso corica la gatta su un fianco. Vuoi pensarci tu a pettinarla?”.

“Ok!”, disse Dario.

Poche leggere spazzolate riempirono un sacchetto di pelo.

“Accidenti, c’è da farne cuscini! Papà, più o meno quanto pesa un gattino appena nato?”. “All’incirca un etto, ma nel giro di una sola settimana diventerà quasi il doppio”.

“E ci vede già?”.

“No perché ha le palpebre chiuse. Le aprirà solo durante la seconda settimana di vita”.

“E quando potremo dare loro del cibo normale?”.

“Verso le quattro-cinque settimane”.

Mio figlio, intanto che strigliava con lodevole delicatezza la micia, continuava a porgermi domande; più spazzolava e più gli venivano alla mente.

“I primi denti quando cominceranno a spuntare?”.

“Intorno alle tre settimane di vita”.

“E le prime vaccinazioni quando le farai?”.

“Intorno alle otto-nove settimane di età”.

Nerina sopportava con infinita pazienza le nostre minuziose attenzioni finché, dopo aver roteato più volte la coda, saltò giù dal grembo di Dario e andò a riposarsi dentro la scatola di cartone. Un istante dopo, mia moglie ci avvertì che la cena era pronta.

Un delizioso profumino raggiunse le nostre narici e accelerò la corsa su per le scale. Ingaggiammo una sorta di gara e, valendoci dell’aiuto del corrimano, ci sorpassammo più volte tra sghignazzate e urla.

Mentre mangiavamo l’argomento che andava per la maggiore fu, ovviamente, la nostra micia. Sì, per noi nulla in quel momento era più interessante. Stop alle notizie di Borsa, governo, attentati o rapimenti, gossip.

Terminata la cena Dario prese carta e pennarelli e incominciò a disegnare animali, tanti animali. Comprensibilmente i gatti erano i più gettonati, e lui li dipinse con colori insoliti; viola, blu, turchese, rosso. A ogni micio dava un nome e poi ce lo mostrava con fierezza. Quel sabato sera ero reperibile e il telefono non tardò a squillare.

“Pronto sono io, mi dica”.

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Una voce tormentata sgusciò fuori dalla cornetta: “Dottore, mi deve perdonare ma io e mia moglie siamo preoccupati per il nostro cane, Timmy. Da oggi pomeriggio non fa altro che tossire e starnutire; non la smette più”.

“Quanti anni ha la bestiola?”.

“Tredici”, disse lui.

“Vive in casa?”.

“Sì”.

“È vaccinato ed è stato sottoposto alla profilassi per la Filaria?”.

“Certamente”.

Mi frullarono per la testa una manciata di possibili diagnosi; scrutai il soffitto e, ripensando al tono angosciato di quella voce, fissai subito un appuntamento in studio. Il signore, nel ringraziarmi, aveva già mutato la modulazione della voce. Salutai moglie e figlio e mi dileguai nel buio della sera.

Timmy, aveva fatto sicuramente del suo meglio per complicarsi la vita. Era riuscito a farsi andare per traverso della pasta, verosimilmente spaghetti, che aveva trovato chissà dove durante uno dei suoi giri quotidiani. Dovetti addormentarlo per rimuovergli, con l’apposita lunga pinza di Hartmann, i pezzetti di pasta che gli ostruivano la canna nasale e in parte la gola. Un lavoro lungo, meticoloso e molto delicato. Al mio ritorno i miei cari stavano già dormendo. Cercai di fare meno rumore possibile per non svegliarli. Mi svestii nella più completa oscurità, tanto che al mattino mi accorsi di essermi messo il pigiama al contrario; mi infilai nel letto in apnea, facendo ogni movimento al rallentatore. Nessuno mi sentì. Dormimmo di sasso l’intera notte.

Le prime luci dell’alba mi destarono. Guardai la sveglia con gli occhi socchiusi. Un misto di curiosità e speranza mi stava invadendo poiché auspicavo che non fosse né troppo presto, né troppo tardi.

“Le sette”, sussurrai.

Era domenica e potevamo concederci il lusso di riposare ancora un po’ nel gradevole tepore del letto. Poco dopo sentii mio figlio balzare giù dal suo letto e scendere di fretta le scale. “Che succede?”, domandai alzandomi di scatto contemporaneamente a mia moglie.

“Vado dalla Nerina. Ho come un presentimento…”, rispose lui.

Qualche istante di silenzio e poi una voce gioiosa colmò la tromba delle scale: “Mamma! Papà! Correte, la micia ha fatto i gattini!”, gridò Dario.

Io e mia moglie ci infilammo le ciabatte e li raggiungemmo. Anche se avevo vissuto decine di volte quella scena, la tenerezza e lo stupore che la nostra Nerina manifestava, erano indescrivibili. Penso che al mondo non esista persona che al vedere una micia indaffarata ad allattare e lavare i suoi piccoli non si intenerisca.

Erano quattro stupendi gattini. Uno tutto nero, uno bianco e nero, una tricolore (bianco, nero e fulvo) e una tutta bianca con le orecchie nere. Mia moglie e nostro figlio li sfioravano con le dita. Mi fissarono con gelosia mentre li esaminavo rapidamente per non allontanarli troppo dalla madre. Erano tutti in buona salute. Palpai bene la pancia di Nerina per confermare la fine del parto.

“Non ce ne sono più papà?”, chiese Dario con espressione delusa.

“No, è vuota…”.

“Che peccato”, aggiunse lui.

“Quattro piccoli è un buon numero sai? È il suo primo parto ed è stata bravissima. Hai visto che non ha avuto problemi?”.

“Ma i gattini come fanno a capire che devono attaccarsi alla mamma per mangiare?”, domandò mio figlio.

“È un istinto che è dentro di loro, e poi sentono l’odore della mamma e del latte”.

Dario avvicinò l’orecchio alla mamma e ai micini, inclinando la testa: “Ma… fanno già le fusa?”, chiese meravigliato.

“Sì, perché non possono servirsi della voce per esprimersi dato che hanno la bocca occupata a ciucciare. Stanno dicendo che va tutto bene. Se ascolti bene anche Nerina le sta facendo, in questo modo li rassicura e rafforza ancora di più il loro rapporto”.
“Quanto latte ciucciano ogni volta?”.

“Circa 2-3 ml ogni tre ore. Quando avranno due settimane di vita, invece, ne ingeriranno il doppio, e Nerina potrà finalmente lasciarli un po’ da soli per pensare a se stessa”.

Mio figlio si accorse che la nostra gatta, terminato l’allattamento, si prodigava a leccare e lavare i suoi cuccioli soffermandosi di più nella zona dietro alla coda e mi chiese: “Come mai Nerina li lecca maggiormente sul sederino?”.

“Lo fa per stimolarli; senza il suo ‘incoraggiamento’ non riuscirebbero da soli a sporcare. In questo modo si ingolferebbero e la loro vita sarebbe in pericolo”.

“Ma dormono tutto il giorno?”.

“Be’, dormire per il gattino è essenziale perché, come per un bambino, anche lui in questi momenti cresce; gli ormoni importanti per lo sviluppo sono prodotti proprio durante il sonno. Quindi è fondamentale non svegliarli per non ritardarne la crescita”.

Nerina era beata, distesa di lato, gli occhi socchiusi, appariva pienamente soddisfatta e infondeva tanta tranquillità. Scattammo diverse foto.

Gli animali sono molto fotogenici, e noi avevamo intenzione di realizzare un piccolo album per riportare la sequenza di crescita dei micini. Ci passammo la macchina fotografica, ognuno voleva scattare le istantanee a modo suo. Penso che saremmo rimasti lì in adorazione ancora per chissà quanto tempo, se non avessimo avuto l’appuntamento in piazza della chiesa alle 9 con degli amici per fare una passeggiata nel bosco.

“Su Dario, andiamo a fare colazione, altrimenti non ce la faremo a essere puntuali. Tanto, tra poche ore saremo già di ritorno. Nerina se la caverà benissimo da sola”.

Mio figlio controvoglia mi seguì, facendo fatica a distogliere lo sguardo da loro.

Come scontato nella conversazione, la prima donna fu la nostra gatta insieme ai suoi piccoli.

Al rientro, sbirciai in lavanderia per controllare che tutto stesse procedendo per il meglio e lasciai mio figlio ad assisterli. Mentre pranzavamo Dario ci interruppe più volte aggiornandoci che uno, quello tutto nero e cioè Schizzo, era il più famelico mentre quella bianca con le orecchie nere, Ciotola, si addormentava spesso mentre ciucciava.

“È normale, mica tutti hanno il medesimo appetito”, dissi.

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A tre settimane i piccolini erano diventati attivissimi, giocavano e facevano già i bisognini lontano dalla cesta. La nostra micia, da un po’, si prendeva dei lunghi momenti di relax ricercando posti irraggiungibili da parte dei suoi cuccioli. Li sceglieva con cura e come particolarità dovevano avere la possibilità di dominare l’ambiente, controllarlo dall’alto. Aspettava il momento giusto per svignarsela, come quando i micini giocavano o erano distratti da qualche passatempo. Quatta quatta, senza il minimo rumore, si dissolveva; in apparenza pareva svanita, in realtà una mamma gatta è sempre con le orecchie attente e mobili. Era sufficiente un debole miagolio di sofferenza da parte di un piccolo per farla immediatamente balzare da loro e controllare la situazione.

Adesso i “nostri” micini avevano 1 mese. Un esame parassitologico delle feci evidenziò la presenza degli ascaridi, vermi intestinali tipici dei cuccioli. Dario mi aiutò a somministrare a ciascun micino il vermifugo per bocca. Ciotola, Schizzo, Scheggia e Virgola ingurgitarono la medicina leccandosi i baffi.

“Papà, ti è mai capitato nel tuo lavoro qualche situazione particolare… insomma hai mai avuto paura di un animale?”.

Sorrisi, e dopo pochi attimi di meraviglia per l’inaspettata domanda ammisi: “Oh sì, più volte. Te l’ho mai raccontato di quella strana cliente che teneva in casa, alle volte anche libera, una vedova nera?”.

“Vedova nera?”.

“Sì, un ragno tra i più velenosi che esistano, tutto nero con una macchia rossa sulla pancia. Andavo a casa sua un paio di volte all’anno per vaccinarle il Pinscher e sempre, prima di raggiungerla, le telefonavo per raccomandarle di tenere Allegra, così aveva chiamato il ragno, nella teca-terrario creata appositamente per lei. Pensa che una delle prime volte che sono stato a casa di questa signora, il ragno le camminava su un braccio e la padrona si divertiva a passarsela da una mano all’altra. Io inorridivo al vedere tanta incoscienza perché il suo veleno è più pericoloso di quello del serpente a sonagli. Allora le dicevo schietto: ‘O ritira Allegra, o io me ne vado’. La signora, sempre delusa per la mia fifa, la riponeva sotto teca parlandole amabilmente come a un bambino. Era parecchio pazzerella ma tutto sommato una cara persona”.

“E poi, altre volte che hai avuto fifa?”, chiese ancora Dario interessato a particolari inediti di suo padre.

“Una volta in ambulatorio è arrivato un signore con un cane cattivissimo”.

“Cattivissimo?”.

“Sì, sì, hai capito bene. Dovevamo togliergli i punti all’arto che era stato operato un paio di settimane prima per la rottura dei legamenti del ginocchio e di un menisco. Memphis era un Pastore Tedesco adulto con un carattere forte e dominante. Il proprietario era una persona sulla settantina, non proprio in grado di tenergli testa”.

Intanto ci sedemmo per terra e con il classico turacciolo legato a un cordino ci divertimmo a far giocare i micini. Proseguii: “Memphis si presentò abbaiando e mostrando i denti. Gli strattoni al collare che il proprietario vibrava non ottenevano nulla; il cane tirava e s’impennava come un cavallo imbizzarrito. Io e i miei colleghi eravamo prudenti e aspettavamo il momento propizio per aiutare il proprietario a mettergli la museruola. A un certo punto, forse perché il collare non era stato stretto bene, o forse perché Memphis diede un’ancor più brusca ed energica strattonata, il cane si trovò libero dal collare e il padrone rimase con il guinzaglio a penzoloni in mano. Attimi di panico. Memphis, arrabbiatissimo, girava per la stanza sbattendo le zampe contro le pareti e la porta latrando. Tutti noi stavamo immobili con le schiene contro il muro, imponendoci di non muovere un capello. Ci parlavamo con gli occhi, deboli movimenti della testa impartivano ordini. L’esperienza ci aveva preparato a situazioni simili, tanto che io avevo nella tasca del camice una siringa già preventivamente caricata con del sedativo. Il collega Giuseppe, al momento giusto, afferrò per la collottola il cane e contemporaneamente l’altro collega, Fabrizio, gli prese la coda bloccandogli i movimenti degli arti posteriori. Io, velocissimo, iniettai nel muscolo della coscia di Memphis la dose di anestetico. Aspettammo pochi istanti e poi contemporaneamente lo mollammo e spalancammo la porta che dava nel retro ambulatorio. Il cane, disorientato, si lanciò nella nuova sala e il padrone lo seguì, cercando di tranquillizzarlo. In una manciata di minuti la bestia fu inoffensiva e senza tribolare riuscimmo a togliergli i punti. Che sudata. Quella fu una delle volte che ebbi più paura, ma l’esperienza e la collaudata intesa con i miei colleghi fecero la differenza”.

Mi alzai e aprii lo scaffale sopra la lavatrice e presi una scatoletta di paté di carne: “Dammi una mano, è arrivato il momento di provare a vedere se gradiscono, oltre al latte della mamma, anche un po’ di carne”.

“Subito!… cosa devo fare?”.

“Cerca un piattino e sporchiamolo con un po’ di questo cibo. Oramai dovrebbero essere in grado di leccare l’omogeneizzato. Tieni in braccio Nerina, prima che sia lei a sbaffare questa leccornia”.

I quattro piccoli si avvicinarono incuriositi al piatto. Annusarono il cibo mettendoci dentro anche le zampine, non tutti riuscivano a utilizzare la lingua; alcuni inzuppavano il muso senza capire come fare ad assaggiare quella prelibatezza. Il loro istinto gli suggeriva di succhiare invece che leccare. Per Schizzo e Virgola ci sarebbe voluto ancora qualche giorno di pazienza, mentre Scheggia e Ciotola dopo alcuni momenti di imbarazzo avevano già capito come nutrirsi. Ci raggiunse mia moglie e volle sapere dei progressi dei cuccioli.

“Sai mamma, io e papà abbiamo provato a far mangiare da soli i micini. È stato buffo osservarli mentre tentavano di leccare il piattino”.

“E ci sono riusciti?”.

“Abbastanza, ci vorrà ancora un po’ di esercizio, ma sono sulla buona strada”.

Era una bella giornata e così decidemmo di portarli in giardino a prendere un po’ di sole. Li adagiammo in una capiente scatola di cartone, mentre mamma micia ci tallonava. I gattini, controllati a vista da noi e da Nerina, dopo un primo attimo di sorpresa, toccarono l’erba del prato per la prima volta.

Spontaneamente si misero a giocare, accennare qualche corsetta, tentando di arrampicarsi sulle gambe del tavolo in terrazza.

L’esercizio per ogni cucciolo è fondamentale, solo così potrà svilupparsi in maniera armoniosa, sia fisica che comportamentale; il gioco gli permette di scaricare le energie e irrobustire la muscolatura. I micini mimavano azioni di caccia e gli oggetti che utilizzavano, pezzi di legno, sassolini, ciuffi d’erba, li identificavano come prede. I quattro discoli avevano un atteggiamento un po’ troppo interessato alle nostre mani e piedi.

D’altronde la natura del gattino è quella del cacciatore, ma noi non esitammo a riprenderli in modo da far loro comprendere che un comportamento simile non era tollerabile, anche perché le loro unghiette pungevano e bucavano molto bene.

La loro mamma si godeva rilassata i prodigi dei suoi piccini mentre si puliva la pelliccia. I mici, a un certo punto, mollarono ogni distrazione e si precipitarono da lei. Nerina si mise su un fianco e loro, anche se ormai mamma micia di latte ne produceva meno, si disposero in ordine a succhiare. Era più un’abitudine, una ricerca di piacere che di cibo. Altre foto.

Li lasciammo tranquilli. Io sarei rimasto ancora volentieri insieme a loro, ma dovevo andare in ambulatorio per l’apertura pomeridiana. Lasciai a mio figlio la responsabilità di controllare i micini e poi ritirarli. Alla sera i miei cari mi riferirono i passi avanti dei piccoli felini.

“Sai papà che hanno cominciato a lavarsi e pulirsi imitando la loro mamma? Si lavavano come fanno i gatti adulti utilizzando lingua e zampe”.

“…e Nerina, nei punti del corpo dove non arrivavano ci metteva del suo, strigliandoli a dovere”, continuò mia moglie.

Dario dopo qualche attimo di riflessione annunciò abbassando lo sguardo: “Tre miei compagni di classe sarebbero interessati ad adottarne uno a testa sapete? Abitano qui a Omegna così ogni tanto potrò andare a trovarli. Chissà se i micini mi riconosceranno ancora”, concluse rialzando il viso.

Dario aveva deciso di tenere Schizzo, quello tutto nero per intenderci, perché gli sembrava il più coccolone dei quattro e poi gli piaceva il colore del suo mantello. Nero come il carbone.

“Mi spiace darli via”, continuò lui guardandomi con tenerezza, “ma, come eravamo già d’accordo, non avremmo potuto tenerli tutti, anche se a me sarebbe piaciuto un sacco”. Risposi: “Li avrei dovuti sterilizzare in fretta, poiché altrimenti sai che gattile sarebbe venuto fuori. Pensa che, secondo degli studi precisi, una gatta può avere in soli cinque anni oltre 100mila discendenti. Un esercito di miao e fusa”, ridemmo.
Adesso i piccoli gatti avevano quasi due mesi, erano degli adulti in miniatura. Quel giorno portai a casa i vaccini e i libretti. Moglie e figlio mi aiutarono a compilarli e a tener fermi i quattro terremoti. Avevo praticato loro la vaccinazione di base, quella contro le malattie respiratorie, gastroenteriche e oculari.

“Chi li adotterà, fra circa un mesetto dovrà provvedere al richiamo del vaccino, così saranno a posto per un anno”, assicurai.

Qualche giorno dopo giunse a casa nostra Mattia, un compagno di classe di mio figlio, insieme alla sua mamma. Dovevano scegliere tra Ciotola, Virgola e Scheggia.

“Sono tutti bellissimi”, esordì Mattia al vederli. “Io volevo una femminuccia, mi hanno detto che sono più affettuose, e questa tricolore, da quello che vedo, lo è tanto”.

Mio figlio osservava l’amico accarezzare i suoi cuccioli con un po’ di tristezza, ma poi gli consigliò lui stesso di adottare Ciotola perché era davvero la più brava.

In quella settimana, nell’arco di pochi giorni, vennero a casa nostra altri compagni di classe di Dario per vedere gli altri due cuccioli. Ogni volta tanti saluti, molte raccomandazioni e un magone difficile da contenere. La nostra casa sembrava vuota, anche se Nerina e Schizzo facevano la loro parte.

Una sera, senza esserci messi d’accordo, ci ritrovammo tutti e cinque sul divano a “rubare” le coccole dei nostri due gatti e a sfogliare l’album di foto di Nerina e i suoi piccoli. I due mesi erano volati ed eravamo ancora allegramente sorpresi mentre le guardavamo. Un filo di nostalgia ci annodava tutti insieme. Era stata una bellissima esperienza.

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Amante degli animali sin da piccola, ho sviluppato il mio amore per i cani quando ho tenuto tra le mie braccia per la prima volta un cucciolo di tre mesi di Golden Retriever. Ed è stato amore a prima vista!