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Lyssavirus in Italia, gli esperti analizzano i campioni

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Le indagini sul Lyssavirus continuano.

© Pixabay @dimitrisvetsikas1969

La rabbia torna al centro dell’attenzione degli esperti. Dopo la morte del gatto di Arezzo, è necessario tutelare sia gli animali che i loro proprietari.

Di Coryse Farina , 7 lug 2020

I tecnici dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie stanno attualmente analizzando i campioni raccolti nei giorni scorsi nei cunicoli e negli angoli bui della città di Padova.

Lo scopo è quello capire da quale colonia di pipistrelli possa esser arrivato il Lyssavirus, le similitudini con la rabbia classica e come abbia infettato il gatto morto ad Arezzo lo scorso 16 giugno.

Primo caso in Italia

Come lo spiega l’esperto Alessandro Bianchi, il Lyssavirus presente nel gatto di Arezzo, è ad oggi ritenuto solo un parente della rabbia classica.

Se questa informazione sembra per certi versi rassicurare gli studiosi, d’altra parte la proccupazione è sempre presente.

Si tratta del primo caso di Lyssavirus in Italia e prima di Arezzo, era stato rinvenuto solo una volta in tutto il mondo, in un pipistrello del Caucaso 18 anni fa. 

Il rischio di trasmissione sia negli animali che nell’uomo è quindi da non sottovalutare, ma gli esperti si stanno muovendo rapidamente e nel verso giusto. A Padova, una squadra di studiosi è in prima linea.

«Gli accertamenti sono in svolgimento, ma ci vorrà tempo. I pipistrelli restano al chiuso in gruppo durante i periodi di letargo. Dalla primavera in poi escono e non è facile scovarli. Intanto però gli accertamenti vanno avanti e stiamo facendo tutti i passi necessari per prevenire e scongiurare la diffusione del virus», spiega il direttore della Sanità Pubblica Veterinaria della Asl Toscana Sud Est, Giorgio Briganti.

Necessità di attenzione e tutela

Dato che le indagini sono in corso diventa necessario, allo stesso modo del Covid-19, cercare di limitare quasiasi tipo di contagio.

Rispettare le ordinanze in vigore diventa dunque di vitale importanza, ma anche tenere gli animali al chiuso, vaccinarli e controllare un’eventuale presenza di sintomi.

Al centro dell’attenzione c’è la tutela di tutti dato che, anche se ad oggi non ci sono stati casi di contagio dall’animale all’uomo, non è possibile escludere il rischio.