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Anticorpi contro il Coronavirus in cani e gatti: lo studio

cane e gatto sul prato dog-cat-serious

Un nuovo studio ha rivelato la presenza di anticorpi contro il Covid in cani e gatti.

© Shutterstock

Un nuovo studio sugli animali domestici rivela la presenza di anticorpi contro il COVID-19 in cani e gatti. Cosa dobbiamo dedurre da questa ricerca? Scopriamolo!

Di Anna Paola Bellini

Pubblicato il 10/08/20, 07:11

Durante i mesi di lockdown sono stati in tantissimi a domandarsi se gli animali domestici potessero contrarre il Coronavirus e/o se ne fossero portatori. 

La domanda torna a ripresentarsi in una forma diversa e prova a trovare risposta in uno studio italo-inglese effettuato su più di 1000 tra cani e gatti. Eccone i risultati.

È bene precisare, però, che tale ricerca è in pre-pubblicazione, il ché significa che i dati non sono ancora stati rianalizzati da altri scienziati e quindi non possono essere considerati certi.

Lo studio

La ricerca condotta dall’Università di Liverpool, in collaborazione con quelle di Bari e Milano, ha preso in esame oltre 1400 esemplari (più di 500 gatti e oltre 900 cani) e lo scopo è stato di testare su più ampia scala l'infezione degli animali nelle loro condizioni naturali di allevamento o di casa.

L’indagine è stata fatta in Italia, da marzo a maggio 2020, in famiglie con casi di COVID-19 o ubicate in zone fortemente colpite al Nord del nostro paese.

I numeri

Raccolti i campioni si è visto che nessun esemplare è risultato positivo al Coronavirus, ma che in entrambi i casi diversi esemplari avevano sviluppato anticorpi capaci di resistere al Sars-Cov-2.

In particolare, le analisi sierologiche hanno rivelato che il 3,35% dei cani e il 3,95% dei gatti possedevano gli anticorpi. Tra questi, il maggior numero apparteneva a proprietari che erano stati colpiti da COVID-19.

Cosa dobbiamo dedurre da questi risultati?

I ricercatori hanno sottolineato l’importanza di questo studio. Grazie ad esso, infatti, ad oggi, è stata scoperta una correlazione tra l’infezione umana e gli animali che vivono in zone ad alta concentrazione di virus.

Come spesso si è visto negli esseri umani, nessuno degli animali di età inferiore a un anno ha sviluppato l’infezione, questo concorda con i risultati delle ricerche precedenti e indica anche che per gli studi futuri sarà necessario prendere in esami gli animali più anziani per ottenere dei risultati più concreti e utili per studi futuri.

È necessario, però, anche sottolineare che gli studiosi continuano ad asserire l’improbabilità che gli animali domestici siano una via importante di diffusione virale, ma che quando gli animali sono presenti ad alta densità, come negli allevamenti, il virus potrebbe diffondersi più facilmente.

Una volta terminata la diffusione da uomo a uomo, la tracciabilità dei contatti diventerà più importante.

A quel punto, le indagini sierologiche sugli animali da compagnia potranno aiutare a fornire un ampio quadro delle condizioni mutevoli della malattia all'interno della comunità e un allarme tempestivo di qualsiasi via di trasmissione lasciata inesplorata.