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Vent'anni di Micia: la forza incredibile di una gattina

Gatta bianca e nera con occhi verdi
© Paul Hanaoka - Unsplash

Una storia incredibile quella descritta dal veterinario Diego Manca in Vent'anni di Micia. La vita di Forty ci dimostra quanto gli animali siano forze della natura.

Di Grazia Fontana, 7 set 2018

Vent'anni di Micia è la storia di vent'anni di Forty, una gattina che ha rischiato diverse volte la vita, ha perso più volte la propria famiglia d'adozione, ma nonostante ciò ha sempre trovato la forza per reagire di fronte ai problemi. Ritorna l'appuntamento settimanale su Wamiz.it di Storie da Leccarsi i Baffi, il libro scritto dal dottor veterinario Diego Manca ed edito da Lit Edizioni Srl.

Vent'anni di Micia

“È già morta vero dottore?”. “Sì”, risposi mentre riponevo il fonendoscopio nella tasca del camice. Avevo auscultato il cuore di Forty fino allo scandire dell’ultimo battito, e pensavo a quante pulsazioni aveva compiuto quel piccolo muscolo in oltre vent’anni. Miliardi. Sfilai la butterfly dal braccino e tamponai con del cotone idrofilo; i signori Calandri continuavano ad accarezzarla quasi increduli nel non udire le fusa che la loro gatta aveva sempre dispensato con generosità. Forty era stata una micia fuori dal comune, una gatta speciale e non solo perché aveva vissuto molti anni in più rispetto ai suoi simili.

La portarono in studio dei ragazzi, un pomeriggio piovoso e freddo. Le festività natalizie erano da poco iniziate perché ricordo la via dell’ambulatorio addobbata da una grande varietà di luminarie. La micia era magrissima e senza forze, un debolissimo miagolio supplicava aiuto. Gli occhi infossati facevano risaltare ancora di più la sua gracilità. “Dottore, l’abbiamo trovata nel mio garage. Io e i miei genitori siamo stati via una settimana a sciare; senza accorgerci questa micia si è intrufolata nel box, probabilmente in cerca di tepore. Nessuno di noi ci ha fatto caso, e così l’abbiamo intrappolata per tutti questi giorni. Poverina. Si salverà?”. “Ancora non l’ho visitata, ma sembra proprio malconcia. Vedi com’è disidratata?”, dissi sollevando la pelle e controllando il colore delle mucose. “È secca come un baccalà, ha bisogno di molti liquidi perché è in stato di shock”. Controllai la temperatura corporea: 34°. Era un pezzo di ghiaccio. Lasciai a loro in custodia la micia per pochi istanti, giusto il tempo di andare a prendere nell’altra stanza la lampada a infrarossi per scaldarla. Iniziai a massaggiarle tutto il corpo e a stringerle ritmicamente le zampe con le mani per migliorare la circolazione; in questo modo più sangue avrebbe raggiunto il cuore e lui a sua volta lo avrebbe spinto per tutto il corpo. I ragazzi mi aiutarono a turno in questa manualità e velocizzarono la pratica. Inserii un ago catetere nella vena del braccio della micia e lo raccordai al deflussore collegato a una boccia di Ringer Lattato che avevo nel frattempo scaldato in acqua tiepida.

C’è chi dice che i ragazzi di oggi non sono sensibili, ma superficiali e incostanti, hanno pochi interessi e futili; a me fu sufficiente responsabilizzarli un po’ per ottenere la loro attenzione e il massimo rispetto. Lanciai ancora una provocazione: “Come la chiamiamo?”. Fu come gettare benzina sul fuoco, dato che erano già motivati e subito partirono a raffica le proposte: “Visto che è nera e bianca io la chiamerei Juve”, disse uno di loro mettendo in bella mostra l’apparecchio odontoiatrico. “No! No! Chiamiamola Silvestra, come gatto Silvestro”, continuò un altro. “È meglio Stella, perché ha una buona stella che la protegge”, propose un ultimo dopo essersi asciugato il naso col fazzoletto. Alla fine fu deciso all’unanimità il nome di Forty da fortuna. Era bastato così poco per creare un clima allegro, e tutto per merito della gatta. “Dottore, mi sbaglio o Forty ha gli occhi storti”, chiese un ragazzo perplesso a poco meno di una spanna dal suo muso. “Non ha gli occhi strabici”, assicurai. “È la terza palpebra o membrana nittitante che si evidenzia quando un gatto, ma anche altri animali, è disidratato. Questa palpebra normalmente non è visibile, ma se c’è stata una perdita di liquidi lo diventa e l’animale sembra avere gli occhi storti”, spiegai. Regolai la velocità della flebo e controllai i riflessi degli occhi con l’oftalmoscopio. Erano ancora molto lenti, però qualche debole segnale di reazione c’era stato. “Quanti anni avrà?”, chiesero. “Dai denti e per il fatto che ha già un inizio di cataratta, almeno otto, forse anche dieci anni”, spiegai mentre la sala d’attesa cominciava a riempirsi. “Adesso ragazzi vi faccio accomodare insieme a Forty in un’altra stanza, così io potrò andare avanti con le visite. Ve la sentite di controllarla? Se vi serve aiuto basterà chiamare e in un attimo sarò da voi”. Un coro di sì confermò la mia richiesta, sembrava non desiderassero altro. Tra una visita e la successiva ero riuscito ad assistere bene Forty e l’ora di chiusura dell’ambulatorio giunse quasi inaspettatamente.

L’aiuto dei ragazzi fu indispensabile, le loro attenzioni fecero la differenza e determinarono il buon esito delle terapie. L’incredibile fu che rimasero un pomeriggio intero a sostenerla, e con tutti i riguardi. Forse avevano anche da studiare, oppure altri impegni con amici di gioco, eppure nessuno manifestò la voglia di andare a casa. Fui io a ricordare loro che era tardi ed era meglio rincasare. “Dottore”, disse uno di loro che faceva da portavoce. “Noi non possiamo tenerla, è un problema se gliela lasciamo? Io la adotterei, ma sono sicuro che i miei genitori non me lo permetterebbero”, terminò imbarazzato. “No, non preoccupatevi. Forty ha bisogno di molte cure e la prognosi non è sciolta; è meglio che rimanga con me per un po’. Ci penserò io a trovarle una sistemazione. Se anche voi, però, mi aiuterete, ve ne sarò grato”, dissi mentre chiudevo il deflussore.

Quella sera me la portai a casa, era troppo giù e non volevo lasciarla da sola in ambulatorio con la lampada a infrarossi accesa come unica compagnia. La sistemai nel trasportino più spazioso che avevo e la caricai in macchina. Non percepii nessun gemito o movimento durante il corto tragitto. Chissà di chi era, se si era smarrita oppure se era stata scaricata dal solito imbecille di turno. Forse in qualche angolo di Omegna qualcuno la stava ancora aspettando con le luci accese, la finestra socchiusa e l’orecchio attento a ogni minimo fruscio. Scaldai a bagno Maria una scatoletta di bocconcini per gatti per esaltarne il profumo e provai a farli assaggiare alla micia. Lei non manifestò il minimo interesse; provai a sporcare le mie dita con il cibo e gliele passai vicino alla bocca e le narici toccandogliele dolcemente. Non si pulì nemmeno, era ancora troppo debole. Decisi allora di somministrarle con un contagocce dell’acqua e zucchero tiepida, per darle un po’ di “carburante”. Il riflesso della deglutizione, almeno quello, non era sparito. Anche mia moglie si prodigò nell’aiutarmi a curarla. Le controllai la temperatura prima di andare a dormire: 36°. Era ancora bassa, in un gatto è normale dai 37.5-38, ai 39°, però era incoraggiante il fatto che in poche ore era salita di due gradi. La lasciai tranquilla nel trasportino e la circondai con piccole bottiglie di plastica riempite di acqua calda e avvolte in asciugamani. Accesi anche la lampada a infrarossi che mi ero portato dall’ambulatorio. La micia aveva gli occhi ancora persi, di rado ammiccava; non tentava nemmeno di rizzarsi sulle zampe, e restava adagiata di lato. Ogni tanto le cambiavo posizione, infine le applicai una pomata oftalmica per far sì che la cornea non si asciugasse troppo. Andammo a dormire con il timore che comparissero complicazioni. “Se supererà la notte, domani le farò degli esami del sangue”, assicurai a mia moglie preoccupata quanto me.

Mi svegliai più volte, il pensiero di trovarmi all’indomani mattina la micia morta, non voleva abbandonarmi. Era come se avessi puntato la sveglia ogni due ore, tanto erano cadenzate le mie discese dal letto. In una di queste ne approfittai per cambiarle la postura e l’acqua nelle bottiglie. Quando al mattino la sveglia suonò per davvero, faticai a uscire dal letto. Fu l’ansia di conoscere le condizioni di Forty a velocizzare l’alzata. Mi avvicinai alla gabbietta convinto di trovarla ancora a bocconi e invece con mia sorpresa notai, sbirciando nel trasportino, che la gatta era in piedi, anche se traballante, sulle sue quattro zampe. Mi stropicciai gli occhi incredulo, per riaprirli subito dopo sperando di rimettere a fuoco la stessa scena. Forty aveva compiuto dei progressi inaspettati e oltretutto rapidi. Aprii lo sportello con una voglia matta di accarezzarla, anche se non conoscevo affatto il suo carattere. Si era svegliata da poco dallo stato comatoso e non avendola mai visitata prima avrei potuto trovarmi di fronte a una micia selvatica e aggressiva anche se in apparenza non c’erano i presupposti. Non esitai, comunque, a inserire la mia mano dentro alla gabbia. La micia per tutta risposta ci si strusciò contro perdendo l’equilibrio e facendomi sorridere. Dolcemente la risollevai; era tanto leggera che mi parve di aver alzato una manciata di cotone. “Brava Forty”, esultai, “se sei riuscita a sopravvivere a questa brutta avventura, tu camperai un sacco di anni”, le augurai. Sembrava chiedesse del cibo, ma aspettai a darle da mangiare, volevo prima valutare il suo vero stato di salute con l’aiuto degli esami del sangue. Consumai in fretta la colazione, altrettanto velocemente mi preparai per uscire di casa. Avevo premura di capire come stava effettivamente e se aveva necessità di cure più mirate. Giunsi in ambulatorio molto prima dell’orario di apertura, mi guardai bene dall’accendere le luci o aprire le persiane della sala d’attesa; avevo bisogno di un po’ di tempo per eseguire gli esami di base, non dovevo essere disturbato. Non scollegai nemmeno la segreteria telefonica; se qualche cliente avesse avuto bisogno per un’urgenza c’era sempre il cellulare, ben assicurato alla cintura dei miei pantaloni, a disposizione. Appoggiai il trasportino sul tavolo da visita e avviai le macchine che avrebbero effettuato gli esami. Forty era molto più vispa rispetto al giorno prima e probabilmente era interessata a ciò che stavo facendo. Quando tutto fu pronto aprii lo sportellino della gabbia e la tirai fuori. Le misurai la temperatura, quasi nella norma, e ricontrollai i riflessi degli occhi e il colore delle mucose. “Molto bene micia, non assomigli per niente alla gatta di ieri, anche il tuo stato di idratazione comincia a essere accettabile”, constatai mentre le tastavo la pelle. Le sbendai il braccio e l’ago catetere si mostrò intatto e pronto per essere utilizzato per il prelievo di sangue. Lo raccordai alle provette e la micia, nel frattempo, iniziò inspiegabilmente a fare le fusa. Non era la prima volta che mi veniva offerto un dono del genere da parte di un gatto mentre gli praticavo tutt’altro che coccole. L’episodio più emblematico mi capitò mentre stavo “addormentando” un micio moribondo che iniziò a emetterle mentre gli iniettavo l’anestetico. Sono certo che aveva capito che non avrebbe più sofferto e mi ringraziava nel migliore dei modi con dei ronron commoventi. Appena le provette furono piene collegai il deflussore all’ago catetere per idratare nuovamente Forty. Miscelai delicatamente il campione capovolgendo piùvolte le provette e le inserii nelle apparecchiature già in standby. In una decina di minuti furono pronti.

“Niente male micia, i tuoi esami vanno benino”, commentai di fronte alla gatta che mi guardava con il classico sguardo felino misterioso. Provai ancora a propinarle del cibo ma la micia non ne volle sapere. Iniziò a interessarsi al vitto solo dopo altri due giorni, quando crollò di fronte a una portata che avrebbe deliziato anche il palato più sopraffino: mousse di sardine e acciughe. Una settimana dopo, Forty era in forma; il suo miagolio acuto e chiaro mi faceva compagnia ogni volta che le passavo davanti e allungavo una mano per toccarla. Pochi giorni dopo, senza preavviso, i ragazzi che l’avevano portata in studio mi fecero una gradita sorpresa presentandosi per avere sue notizie. Avevo appena terminato una visita e stavo salutando il cliente quando mi accorsi di loro; erano in sala d’attesa intenti a leggere il tabellone degli annunci. Fui felice di rivederli. “Allora dottore, come va? Forty ce l’ha fatta?”, mi domandò impaziente il più piccolo mentre si tormentava le unghie delle dita di una mano. “Sì! La micia ha reagito benissimo alle terapie; non la riconoscerete più. Adesso vado a prenderla, aspettate qui…e chiudete gli occhi”, proposi raggiante. “Uau!”, esclamarono simultaneamente. “Ma è proprio lei? Sembra impossibile. Pochi giorni fa era così mal messa e ora invece è rifiorita. E com’è coccolona”, riconobbero mentre l’accarezzavano. “Ha un ottimo carattere; è socievole, giocherellona e affettuosa. Non è di certo una micia randagia, una famiglia l‘aveva senza dubbio. La cosa strana è che fino a oggi nessuno si è fatto sentire per denunciare il suo smarrimento. Domani affiggerò, nella bacheca della sala d’attesa, un annuncio per la sua adozione. Vedrete che qualche anima buona la prenderà”, conclusi fiducioso. Rimasero ancora qualche istante a vezzeggiarla, e nel frattempo mi rivolsero nuovamente delle domande sul suo prodigioso recupero.

Non tardai a trovarle una sistemazione. Mi telefonò, qualche giorno dopo, una signora in cerca di una gattina. Le proposi di passare in ambulatorio a vedere Forty. “È una micia adulta, faccia un salto qui, senza alcun impegno”, consigliai. Appena gliela mostrai le piacque subito; anche la sua bambina ne fu entusiasta e la micia, furbescamente, si prodigò a offrire le migliori doti di seduttrice che possedeva, esaltando forme e colori, sfoggiando tutto il suo splendore. “È già vaccinata e sterilizzata?”, mi domandò la signora. “No, al momento l’ho solo sverminata. La vaccinazione è meglio eseguirla tra qualche giorno, quando si sarà adattata alle vostre regole e orari. Per quanto riguarda la sterilizzazione, non mi sembra sia stata operata poiché non ho percepito alla palpazione cicatrici, né le ho notate sulla pancia. State comunque attente a eventuali avvisaglie”.

Sia Forty che i suoi nuovi proprietari erano stati molto fortunati. La micia si ambientò senza difficoltà a quella simpatica famiglia che non le faceva mancare nulla e la colmava di attenzioni. La visitai ancora un paio di volte, per la vaccinazione e il richiamo, finché un brutto pomeriggio la signora, e la figlia in lacrime, capitarono in ambulatorio con il felino. Chiesi subito preoccupato: “Cos’è successo! Qual è il problema?”. La mamma fissò per qualche istante la figlia e poi, come un fiume in piena senza argini, mi confidò: “Lara, è allergica alla gatta. Abbiamo eseguito le prove allergiche da uno stimato specialista che hanno confermato la patologia. Tutto è iniziato di soppiatto con sintomi vaghi, fino a sfociare in pericolose crisi respiratorie e pruriginose”. Seguirono struggenti momenti di silenzio, rotti solo dal singhiozzare della bambina. Ero molto addolorato; comprendevo lo sconforto di quella famiglia e soprattutto di Lara. Per un adolescente un animale non è solo un prezioso compagno di giochi e di allegria, ma anche un importante amico che lo aiuta a crescere più responsabile e rispettoso delle regole quotidiane. Difficile trovare la stessa genuinità e schiettezza nelle persone

forse è per questo che ci si affeziona tanto agli animali perché il mondo e la nostra società dove viviamo, sono sempre più ammalati di falsità e ipocrisie.

C’era poco da dire, cercai solo di convincere la bambina che era meglio rinunciare ad avere un gatto piuttosto che compromettere salute e crescita. E così Lara si fece forza e con tutto l’amore e l’amarezza che possedeva la salutò. Dopo che furono usciti dall’ambulatorio presi in braccio Forty e la coccolai. La micia era visibilmente spaesata, incredula… smarrita. Predisposi mesto mesto il suo “alloggio” e per renderle meno triste l’inizio della nuova permanenza in studio, le aprii una scatoletta di Simmenthal. La gatta gustò solo un po’ di gelatina ma niente più. Non aveva appetito e ne aveva tutte le ragioni. L’idillio con quella famiglia era durato solo tre mesi. Novanta giorni di illusioni per tutti, persone e animali. E così Forty era ritornata a “casa”. Una iella del genere non l’avrei mai immaginata; tutto era perfetto: la famiglia, la bambina… e invece.

“Non ti preoccupare micia, vedrai che troveremo un’altra sistemazione”, promisi. Infatti, un paio di settimane dopo, un distinto signore entrò in ambulatorio chiedendo se avevo una gattina da regalare. Mi spiegò che la voleva affidare a sua mamma, anziana ma autosufficiente, poiché da un mese le era morta la vecchia Tea. Da allora era piombata in una sorta di depressione e, nonostante figli e nipoti si dessero il cambio per farle ancora più compagnia, la signora reagiva torpidamente alle loro amorevoli attenzioni. “Sono certo che solo un’ altra gatta ci può aiutare a sbloccare la situazione”, disse il signore fissandomi negli occhi. Gli proposi subito Forty, spiegandogli che era adulta, vaccinata, sverminata, e cercai di turbarlo svelandogli nei particolari le sue sventure. Il signor Gorini, così si chiamava, rimase incantato dalla mitezza della micia. Inoltre Forty aveva lo stesso colore del pelo dell’altra gatta, Tea, e questo era un match-point sicuro. Il felino osservava me e il signor Gorini, il signor Gorini e il sottoscritto. Sono certo che sotto il suo aspetto sornione mi stava chiedendo impaziente: “È forse la volta buona? Troverò finalmente una sistemazione definitiva?”. Io sottovoce e annuendo le dicevo di sì. “Dottor Manca”, affermò mentre teneva la micia in braccio, “se mi presta un trasportino provo a portarla da mia madre. Domani glielo riporterò… spero vuoto”. Mi riferì i suoi recapiti e prima di uscire introdusse una banconota nella casetta delle offerte pro-canile. Io incrociai le dita e confidai nella buona sorte ben sapendo che le persone anziane sono difficili da accontentare, soprattutto in fatto di animali. Il giorno seguente ogni ora che passava senza l’apparizione del signor Gorini, era una probabilità in più che l’adozione si stava concretizzando e quando nel tardo pomeriggio lo vidi nella sala d’attesa con la gabbia vuota ai suoi piedi, non riuscii a trattenere un “Bene!” a braccia spalancate. “Allora com’è andata?”, chiesi. “Nel migliore dei modi. Mia madre l’ha accettata subito; anzi all’inizio pensava fosse ancora la sua Tea, per via del colore. Le è piaciuto anche il nome e la gatta si è comportata benissimo, come se avesse vissuto da sempre in quella casa. Siamo tutti felici e speriamo che l’aiuti a superare questo momento di grave crisi. Ho lasciato il suo biglietto da visita in bella vista, se ci fossero dei problemi la chiamerà”, spiegò abbottonandosi il paltò. Ci stringemmo la mano come due soci in affari.

Nei quasi tre anni che seguirono visitai Forty solo un paio di volte. La prima per colpa di una fastidiosa tosse e la seconda per un’otite. Niente di più. Nonnina e gattina si facevano un’ottima compagnia ed entrambe invecchiavano dignitosamente. Ma un mercoledì, il signor Gorini si presentò in studio demoralizzato. “Mia madre”, iniziò lentamente, “stanotte si è rotta il femore; verrà operata dopo domani. La micia purtroppo non possiamo più tenerla anche perché mia mamma, ormai, non potrà più vivere da sola; ha bisogno di una costante sorveglianza. Mia sorella Luisa, che vive single ad Arona, ha deciso di ospitarla, ma non vuole la gatta. Lo stesso vale anche per la mia famiglia. Io la terrei, ma mia moglie non ne vuole proprio sapere. Mi spiace dottore, ma devo chiederle in prestito ancora una volta il trasportino”, mormorò con lo sguardo rivolto al pavimento. Io consigliai più soluzioni, anche se temporanee, ma le mie parole non ottennero, come ovvio, alcun tipo di considerazione. Avevano già deciso e nulla e nessuno avrebbe potuto cambiare la loro scelta. Ebbi il tempo di terminare una visita e rispondere a una telefonata che il signor Gorini e la micia giunsero in ambulatorio. Era la stessa scena, ma all’esatto contrario sia in pensieri che speranze, di anni prima. Ritirai lo “scomodo” fardello e senza parole ci salutammo. In quel momento la sala d’attesa era vuota e paragonavo Forty a una vecchia gloria del calcio ritornata al suo paese dopo tanti anni… e nessuno la ricordava.

"E così siamo ancora punto e a capo, vero Forty?”, le sussurrai. “Meno male che qui dallo zio Diego c’è sempre un posto per te. Questa volta, però, la ‘suite imperiale’ è già occupata. Dovrai accontentarti della pensione a due stelle”, affermai mentre riempivo la cassetta con la lettiera. La gatta mi guardava e intuivo chiaramente ciò che stava rimuginando. Gli animali non parlano ma si spiegano benissimo; i suoi occhi e lo sbatacchiare della coda non facevano altro che palesare i suoi sentimenti. Questa volta dovevo assolutamente trovarle una sistemazione definitiva, anche se le difficoltà aumentavano poiché era diventata una micia attempata, e adottarla significava prendersi davvero una bella “gatta da pelare”. Alloggiò in ambulatorio diverso tempo; la proponevo a tutti, finché una coppia di clienti decise di portarsela a casa più per sfinimento che per convinzione. Erano i signori Calandri, persone alla mano e sensibili. Avevano già una cagna di piccola taglia, Carlotta, affettuosissima e buona. Abitavano a Cantù, ma possedevano una bella casa nel Cusio e ogni fine settimana lo trascorrevano qui. Stavo curando Carlotta per una fastidiosa dermatite e a ogni controllo mostravo loro Forty. L’ultima volta tardarono a chiedere sue notizie ma, appena abbozzarono un timido accenno di informazioni, andai immediatamente a prenderla. Il resto venne da sé. Ero sicuro di aver scelto le persone giuste e, mentre rassettavo la “pensione”, nessun dubbio alterò il mio stato d’animo, anzi, una sensazione di serenità e quiete mi allietò.

Trascorsero diversi anni, durante i quali visitai pochissime volte Forty, sempre in ottima salute. Le sue ultime notizie le ebbi proprio dai signori Calandri mentre stavo facendo terminare le sofferenze a Carlotta, giunta alla veneranda età di diciassette anni e mezzo. Passò ancora altro tempo fino a quando una loro inquietante telefonata ricollocò Forty al centro dell’attenzione. “Dottor Manca, domani partiremo come al solito per trascorrere il week-end dalle sue parti, volevamo farle visitare Forty e chiederle un parere perché siamo molto preoccupati. Il nostro veterinario di Cantù le ha diagnosticato pochi giorni fa un tumore mammario; la micia non sta bene, è dimagrita e mangia poco. Se verso le ore diciotto saremo da lei le potrebbe andare bene?”. Controllai l’agenda degli appuntamenti e confermai la mia disponibilità. Terminata la comunicazione rimasi qualche istante concentrato nel tentativo di far due conti sulla presunta età della gatta. Se i miei calcoli erano giusti il felino doveva avere ormai più di vent’anni. Molte cose erano cambiate in tutto questo tempo: ero diventato papà, avevo lasciato il Verbano per vivere nel Cusio, Giuseppe, Fabrizio e Matilde si erano aggiunti nell’equipe dell’ambulatorio e lo studio si era trasferito sul lungo lago. L’incredibile era che Forty c’era sempre stata. I signori Calandri aspettarono il loro turno finché un mio lieve cenno li invitò ad accomodarsi. Strinsi loro le mani e mentre appesero giacca e giubbotto all’attaccapanni io posai la gabbia sul tavolo da visita. Prima di controllare le condizioni della micia chiesi che mi esponessero, ancora una volta, in maniera ordinata la sua sintomatologia. Com’era cambiata la mia Forty, dei suoi occhi vispi e del suo pelo morbido rimaneva ben poco. Una noiosa tosse la disturbava; le mancava il respiro, a fatica riusciva a incamerare l’ossigeno che le permetteva di sopravvivere. Respirava a bocca aperta; all’auscultazione i polmoni non erano puliti e il battito cardiaco era ovattato. Passai la mia mano sul torace e la schiena, si contavano distintamente costole e vertebre. Poi giunsi a livello della linea mammaria e constatai la presenza di una massa delle dimensioni di un mandarino a livello inguinale, più altre piccole a corona di rosario intorno. Non c’erano dubbi erano tumori. “Temo ci siano già metastasi sia ai polmoni che in addome. Ho palpato anche una grossa massa bitorzoluta nella pancia. Adesso eseguirò una radiografia, per quantificarne la sua estensione. Poi prenderemo una decisione”, sentenziai rammaricato. I signori Calandri erano preparati ad accogliere le notizie più serie e se ne stavano seduti e ammutoliti in sala d’attesa. Adesso eravamo solo io e Forty, come ai vecchi tempi. Scattai la radiografia, riconsegnai il mucchietto d’ossa ai proprietari e mi rintanai nella camera oscura aspettando solo di confermare tutti i miei sospetti. Scolai bene la lastra e accesi il negativoscopio. I polmoni avevano le classiche nubecole da metastasi, l’interno del torace pareva un cielo a pecorelle; in addome si notava benissimo la massa che avevo sentito alla palpazione. Controllai anche i profili renale, epatico, splenico… tutti alterati. Stavo per dirigermi dai signori Calandri quando ritornai con l’attenzione su quella massa addominale informe. I miei occhi sgranarono attoniti; mi avvicinai di più alla lastra, la rimossi dal negativoscopio e la osservai sotto la luce più forte dell’alogena. “Ma!… Ma!…”, furono le uniche sillabe che uscirono in quell’istante dalla mia bocca. “Non ci sono dubbi! È inconcepibile, ma quella massa amorfa è proprio un feto! Forty è gravida!”, riconobbi sbiancando in volto. Attesi ancora qualche attimo prima di darne notizia ai proprietari della gatta. Esalai lentamente il fiato e chiamai i signori Calandri. Commentai la lastra e alla fine annunciai la novità shock. Il loro stupore fu tale e quale al mio. La signora Calandri fece per dire qualcosa ma non riuscì a parlare. Il marito invece intervenne forse per convincere più se stesso che la moglie. “Dottore, sono anni che Forty non va in calore; oltretutto gli ultimi estri erano indecifrabili. Qui in campagna ha certamente trovato un maschio disponibile e il prodigio si è attuato. Ma perché proprio a lei, così vecchia e debilitata. Di quanto è?”, domandò mentre si accomodava il colletto della camicia. “Penso di almeno quarantacinque, cinquanta giorni. Lo scheletrino dell’unico micio che ha in grembo è appena visibile e lo diventa dopo almeno sei settimane. La gravidanza in una gatta si protrae per circa due mesi. Speriamo che Forty sia in grado di portarla a termine e di partorire da sola; un’anestesia per un eventuale cesareo la ucciderebbe”, dissi avvicinandomi a loro quasi a voler dare più valore alle mie parole. Feci una pausa, poi proseguii: “L’unico modo per aiutarla è sostenerla con le terapie mediche, è proprio giù e dobbiamo compiere ogni sforzo affinché riesca a completare questo ultimo regalo che vuole darvi; speriamo di riuscire a farla vivere il tempo necessario perché si compia il lieto evento”. Entrambi mi rivolsero un cenno di assenso, mentre predisponevo per le cure. Forty fu ben assistita per l’intero fine settimana e nel tardo pomeriggio della domenica, quando i signori Calandri partirono per ritornare a Cantù, manifestò qualche lieve progresso.

Quotidianamente mi tennero al corrente sulle sue condizioni cliniche, e più volte il collega lombardo mi aggiornò sulle terapie che aveva associato per tenerla in vita. Più i giorni passavano, più aumentavano le probabilità che il piccolino venisse alla luce. Ogni telefonata che giungeva in studio poteva essere quella buona. Finalmente, undici giorni dopo la loro partenza da Omegna, un giovedì pomeriggio, mi telefonò la signora Calandri. “Dottore che emozione! È nata! È una femminuccia. È identica a lei, anche nella stella bianca in petto. Forty ha fatto tutto da sola; siamo tornati a casa dopo il lavoro e abbiamo trovato la sospirata sorpresa”, mi raccontò euforica, e ancora: “L’unico problema è che la micia non ha latte e non l’accudisce; non ha un minimo di istinto materno. Penso che sia dovuto al fatto che non ha più forze, è sfinita. Non l’ho mai vista respirare così male, ci fa una tenerezza…Il nostro veterinario ci ha procurato del latte in polvere che somministriamo alla piccolina ogni due, tre ore. Ha tanta fame ed è in buona salute, mentre per Forty, oramai, non c’è più niente da fare. Spetta a noi decidere quando non farla più soffrire”. Mi confermò che questo weekend sarebbero rimasti a Cantù, per non stressare con il viaggio le micie. Riappesi la cornetta con impresso sul mio volto un sorriso dal sapore agrodolce; riflettevo su come è mai la natura, alle sue leggi, agli adattamenti e alla nostra inettitudine di fronte ai suoi prodigi che spesso, come in questo caso, ci lasciano senza fiato. Il martedì pomeriggio della settimana successiva stavo raggiungendo come al solito l’ambulatorio in macchina; gli passai davanti, poiché prima non avevo trovato parcheggio. Notai con stupore che i signori Calandri stavano attendendo l’apertura dello studio; il marito camminava avanti e indietro inquieto, la moglie invece teneva il trasportino sollevato per la maniglia con una mano mentre l’altra lo sosteneva; era intenta a guardarci dentro. Portavano entrambi gli occhiali scuri. Capii subito che era giunto il momento di far terminare le sofferenze a Forty. In cuor mio speravo che la vecchia micia si spegnesse da sola, invece sarebbe toccato a me questo compito ingrato, ma assolutamente necessario. Giunsi in ambulatorio un po’ affannato. Salutai i signori, faceva freddo e le mie mani ghiacciate stentarono a trovare nel grande mazzo la chiave per aprire il cancello. Il dolce tepore dell’ambulatorio ci accolse benevolmente. Mi cambiai e un po’ a disagio mi presentai nella sala da visita. Il signor Calandri si tolse gli occhiali e iniziò a parlare mentre la moglie ascoltava appoggiata alla parete di lato alla finestra. “Ci spiace tanto prendere questa estrema decisione, ma la resistenza della nostra bisnonnina ha sorpreso tutti; noi non ce la facciamo più a vederla così debilitata… non è giusto nei suoi confronti. Vogliamo rispettarla e aiutarla nell’unico modo dignitoso e indolore che conosciamo. Abbiamo deciso di venire da lei perché per noi era importante che la storia di Forty terminasse qui, proprio dov’era stata recuperata alla vita tanti anni fa. La nostra micia nella sua incredibile magnanimità ci ha comunque lasciato una parte di sé nella piccolina che ha dato alla luce pochi giorni fa, come per farci compagnia ancora per altri vent’anni. Adesso gliela mostreremo; è uguale, ma che dico, sembra un suo clone”. Poi con una delicatezza infinita aprì lo sportello della gabbietta e raccolse nel palmo della sua mano la micina. Mi avvicinai e senza parole l’accarezzai; gli occhi ancora chiusi e le orecchie un poco accartocciate le davano un non so che di buffo. Aveva ragione il signor Calandri: era identica a Forty, nei minimi particolari. Verificai che fosse femmina e appurai visitandola che le sue condizioni erano buone. Poi, dopo aver guardato i coniugi quasi a chiedere il loro permesso, tolsi il coperchio al trasportino di plastica e fu la volta di Forty. La gatta era rannicchiata con la testa china in mezzo ai due arti anteriori. La coricai di lato e il mio viso si rabbuiò ancora di più nel vedere che il tumore mammario era aumentato di volume. Forty non aveva più nemmeno la forza di emettere un lamento, le palpebre erano semichiuse e lasciavano intravedere due sottili fessure dalle quali si scorgeva ben poco.

Non c’era tempo da perdere, bisognava fermare in fretta la sua agonia. Predisposi l’eutanasia di Forty serenamente, consapevole di aiutarla a compiere il miglior trapasso. Iniettai il barbiturico e, poco dopo, l’iniezione letale nella vena del braccio; la micia smise subito di respirare. Con la sua scomparsa un piccolo pezzo di storia si dissolveva e io ebbi la sensazione di sentirmi addosso più anni, come se il tempo fino a che lei era in vita fosse passato senza lasciare i suoi segni e solo ora li mostrava senza sconti… I signori Calandri continuavano ad accarezzarla quasi increduli nel non udire le fusa che la loro gatta aveva sempre dispensato con generosità.