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Vigile del fuoco salva un gatto e si ferisce, ma non ottiene l’invalidità

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Un pompiere ha cercato di salvare un gatto, ma è caduto ferendosi.

© Pixabay (immagine di repertorio)

Un vigile del fuoco, caduto da un albero nel tentativo di salvare un gatto, non ha diritto all’invalidità, conferma la Cassazione. Ecco la sua storia.

Di Anna Paola Bellini

Pubblicato il 15/04/20, 07:43

Sembra una scena da cartone animato: l’animale è bloccato sul ramo di un albero e la donna anziana chiama i soccorsi che arrivano e riescono a salvarlo.

Peccato però che, questa volta, per il pompiere eroe, non sia andato tutto come previsto. Vediamo perché. 

La storia

Siamo in un quartiere di Padova, nel settembre 2005, quando un’anziana signora chiede soccorso ai vigili del fuoco perché il suo gatto è bloccato su un albero. Un squadra dei pompieri viene quindi inviata sul posto.

Il micio in questione era riuscito ad arrampicarsi a ben 5 metri d’altezza e, come spesso accade in queste occasioni, non era più riuscito a scendere.

Uno dei soccorritori è quindi salito sulla scala per raggiungere l’animale. Non è, però, andato tutto liscio.

Il ramo dell’albero su cui l’uomo è salito, si rompe, facendolo precipitare per 5 metri. A seguito dell’incidente, il pompiere ha riportato una lieve invalidità. 

La sentenza

Le ferite riportate, hanno spinto l’uomo a richiedere l’invalidità lavorativa, che però, in Appello al primo grado gli era stata negata perché «la nozione di soccorso implica il riferimento al salvataggio di un essere umano» e, inoltre, leggiamo sempre nella sentenza,

«Non era a rischio l’incolumità del gatto, l’intervento era mirato unicamente ad aiutarlo a scendere, non a soccorrere un essere in situazione di imminente pericolo».

La sentenza è stata nel novembre 2018, a 13 anni di distanza, confermata in Cassazione, proprio perché il soccorritore non avrebbe saputo dimostrare «che il gatto fosse in pericolo, perché è noto che questi animali sono in grado di arrampicarsi».

L’avvocato della difesa, Andrea Bava, aveva dichiarato al Corriere della Sera all'epoca dei fatti:

«Fa quasi sorridere la constatazione secondo la quale non vi era la prova che l’animale rischiasse la vita: non avrei mai pensato di dover documentare lo stato d’animo di un gattino, per dimostrare che si sentisse soggettivamente in pericolo. Forse - conclude il legale con una battuta - occorreva che miagolasse “aiuto”».