Tommi, il gatto che ha lasciato senza parole il veterinario

gatto europeo Tommi
“Ci rivedremo presto, dottore; noi senza gatti non sappiamo stare, lo sa vero?”. © Christian Wright – Unsplash

Ecco la storia di Tommi, presa da Storie da Leccarsi i Baffi del medico veterinario Diego Manca. La vicenda di questo gatto ha dell’incredibile! Leggete fino alla fine…

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Ritornano le Storie da Leccarsi i Baffi (Lit Edizioni Srl) del veterinario Diego Manca. Questa volta il Dott. Manca ci parla di Tommi, un gatto che ha conosciuto un destino incredibile. Una vicenda, apparentemente triste, che si conclude con il più bel finale. Non crederete ai vostri occhi!

Tommi

Quella mattina giunsi in ambulatorio con la mente ancora euforica per una brillante diagnosi e terapia che avevamo effettuato il giorno prima a un cane. Il quadrupede, anziano e apparentemente con poche chance di sopravvivenza, passò, nel giro di una manciata di ore, da uno stato di profondo abbattimento fisico e mentale, a reclamare cibo, acqua e altre attenzioni. Furono sufficienti i risultati istantanei di alcuni esami, non eseguiti dall’altro veterinario che lo aveva in cura, per realizzare una terapia ad hoc. È sempre impagabile la soddisfazione che si prova a riportare alla vita un animale che viene dato per spacciato, con i proprietari che già lo piangono. Vederli uscire dall’ambulatorio con il sorriso sulle labbra e non più con sguardi cupi non ha prezzo. Eravamo da poco entrati in ambulatorio, avevamo disinserito la segreteria telefonica, dato da mangiare ai pazienti e pulito le gabbie degenza dei soggetti in ricovero o in attesa di adozione, quando vedemmo una giovane coppia già pronta a far visitare il loro micino. L’orario di apertura era ancora lontano; m’intenerii osservandoli mentre tenevano in braccio, con molto garbo, il piccolo felino, e così li feci ugualmente accomodare nella mia sala visite.

“Buongiorno, prego, da questa parte”, suggerii.

Mi seguirono, e io accostai la porta dietro di noi. Orgogliosi come se stessero facendo visitare il loro primogenito a un pediatra, lo posero sul tavolo. Sorrisi: “Come si chiama?”.

“Tommi; a noi sembra un maschietto, ma vorremmo avere la sua conferma”, disse lui con un po’ d’imbarazzo.

“È un maschietto, un bel maschietto, non c’è dubbio”, dissi mostrando loro i suoi piccoli attributi, tenendo sollevata la minuscola coda. Continuai nella meticolosa visita esaminandolo da vicino. “È un classico micio europeo, con un corpo robusto che tra non molto sarà anche muscoloso. Ha una bella testa larga, la faccia rotonda, il naso dritto, le orecchie arrotondate, collo e spalle pronunciati, un petto ampio e il pelo corto tigrato grigio. Insomma è da manuale, in miniatura, ma da manuale”. Lo pesai. “Da dove proviene?”.

“È il destino che ce l’ha portato”, proseguì lui. “Ieri sera abbiamo sentito fuori dalla nostra porta il miagolio demoralizzato di un gattino. Incuriositi abbiamo aperto, e ce lo siamo trovati in un battibaleno in cucina. Era famelico, e aveva scelto la nostra abitazione tra le tante del caseggiato proprio al momento della cena. Forse aveva fiutato qualcosa di stuzzicante. In effetti mia moglie aveva preparato un piatto che le riesce bene: il vitello tonnato. Praticamente metà teglia l’ha divorata lui, e in pochissimo tempo. Non masticava nemmeno. Siamo rimasti a guardarlo senza parole mentre mangiava, o meglio ingurgitava; non ci dava tregua. Non facevamo a tempo a rifilargli una fetta che ne richiedeva subito un’altra. Incredibile come un esserino così piccolo possa sprigionare tanta voglia di vivere e di crescere. Poi, con la pancia piena, ci ha deliziato con le fusa più sdolcinate che avessimo mai sentito. Ci siamo subito perdutamente innamorati di lui. E quindi eccoci qui, con il nostro fenomeno in cerca d’identità”.

“Sia io che mio marito da bambini abbiamo avuto dei gatti, ma sono passati un po’ di anni e non ricordiamo più ciò che è necessario fare per la sua salute”, aggiunse lei.

“Sostanzialmente, consigliamo: esame parassitologico delle feci, prima vaccinazione verso i due mesi di vita contro le malattie respiratorie/oculari, gastroenteriche e leucemia felina con richiamo dopo una ventina di giorni, trattamento preventivo di pulci e zecche dalla primavera all’autunno, orchiectomia, cioè castrazione, verso i 10-12 mesi di vita”, ricordai mentre lo visitavo. “E adesso controlliamo il tuo peso”.

Lo sollevai dolcemente con entrambe le mani e lo posai sul piatto della bilancia digitale. Tommi traballava insicuro, manifestando tutta la sua vulnerabilità. “Un chilo e trecento grammi” enunciammo tutti e tre simultaneamente leggendo il risultato sul display. “È il peso giusto per un micino che ha circa 2,5 mesi di età”, confermai.

Diedi loro altri consigli sull’alimentazione, sui bisognini, sui pericoli nascosti in casa, i giochi che lo avrebbero potuto aiutare a crescere bene. I due giovani mostrarono una certa soddisfazione comprovata dalle vigorose strette di mano che mi porsero prima di uscire dalla sala visite. Salutai ancora Tommi con un’affettuosa carezza mentre s’inabissava rapido nello spazioso trasportino. Nell’anno che trascorse ci furono molti cambiamenti nel micio, che diventò, come era scontato, un bellissimo gatto. I suoi proprietari, nel frattempo, da conviventi divennero marito e moglie e cambiarono casa, spostandosi di un paio di chilometri dalla precedente abitazione. Ora avevano anche un bel giardino, per la piena felicità di Tommi e qualche pensiero in più per loro. Ogni tanto in ambulatorio mi capitava di visitare dei gatti europei del suo stesso colore, ma nessuno riusciva a eguagliarlo in bellezza. Quel micio aveva una marcia in più. Sono convinto che se lo avessero fatto partecipare a qualche mostra felina non li avrebbe delusi.

Dopo aver curato Tommi per una complicata laringite, non ebbi più occasione di incontrare in ambulatorio i coniugi Tadini, così si chiamavano, e il loro felino. Sapevo che Lucia, la moglie, era in dolce attesa, ed ero felice per loro. Ma un sabato di alcuni mesi dopo, poco prima delle ore 13, giunse in ambulatorio una drammatica telefonata. Di solito a quell’ora siamo chiusi per la pausa pranzo, con la sola reperibilità telefonica, ma quel giorno eravamo ancora lì perché un intervento di osteosintesi a un Boxer si era protratto oltre le nostre attese. Il collega Giuseppe aveva appena concluso l’operazione e il cane si era da poco svegliato dall’anestesia. Il post operatorio procedeva nel migliore dei modi; proprio mentre stavamo mettendo ordine nella sala chirurgica, che doveva ritornare immacolata al più presto per l’intervento successivo, risposi al telefono.

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Una voce atterrita mi travolse con tutta la sua disperazione: “Siete ancora aperti! Meno male! Il mio gatto è tornato a casa in questo momento ed è messo malissimo!! Ha tutto il pelo sulla testa strappato, il muso sporco di sangue e degli scatti improvvisi, violenti. Sembra un canguro IMPAZZITO! Lo sto mettendo nel trasportino, MI STO PRECIPITANDO DA LEIIIII…”.

La comunicazione proseguì con un piatto tu-tu-tu-tu-tu. Senza perdere tempo radunai tutti i farmaci e lo strumentario che avrebbe potuto essere utile per l’imminente urgenza. L’esperienza mi aveva insegnato a non dimenticare nulla, anche ciò che apparentemente poteva sembrava inutile. Tosatrice, piantana con sacca Ringer Lattato e deflussore innestato, aghi catetere gialli e cerotto per fissarli, flacone di antibiotico, antiemorragico, adrenalina e cortisonici, bombola per ossigeno terapia, garze sterili e no, guanti in lattice, kit per semplice e complicata sutura. Sul tavolo da visita avevo sistemato una traversa di quelle in cotone da una parte e cellofan dall’altra. Collocai anche la lampada scialitica portatile. Tutto era pronto per l’emergenza.

I coniugi Tadini irruppero in ambulatorio come un fiume in piena, come una tromba d’aria che si trasforma in uragano, come un masso che si stacca dalla sommità di una montagna e nella sua discesa travolge tutto. Claudio, il marito, reggeva goffamente il povero micio sotto le ascelle, mentre il felino cercava in ogni maniera di trovare una posizione migliore per respirare. La moglie li seguiva piangendo. Chiesi loro di calmarsi, perché a Tommi non avrebbe giovato quell’agitazione.

Posizionammo il gatto sul tavolo da visita. Aveva degli scatti violenti e incontrollati, i quattro arti rigidi e allungati. Buona parte della pelle della regione frontale del suo muso non c’era più. Del sangue fuoriusciva dal naso. Mentre stavo per avvicinargli alla bocca l’ossigeno, rilasciò urina, si tirò tutto e morì. Non avevo avuto il tempo di iniziare alcuna terapia, ma per Tommi non c’era nessuna possibilità di salvarsi. Ci fu una frazione di un secondo nella quale nessuno fiatò. Poi ancora pianti a dirotto e domande scontate: “Ma è sicuro che è morto? Eh dottore?”, dissero tristemente abbracciati.

Io annuii chiudendo la manopola della bombola d’ossigeno. “Mi spiace tanto; era così bello, buono e poi… così giovane”.

Li lasciai soli per il tempo che ritennero necessario, aspettando un loro cenno. Poco dopo mi chiamarono.

“Lo volete portare a casa? Avete un terreno di vostra proprietà dove dargli sepoltura? Oppure lo volete far cremare?”, chiesi amareggiato.

“Non lo sappiamo, in questo momento non siamo in grado di prendere una decisione sensata”, disse Claudio con il groppo alla gola.

“Non preoccupatevi”, continuai, “potete lasciarlo qui e prima di sera, se ve la sentirete, passare con le idee più chiare. Non c’è fretta”.

Mi fecero capire con gli occhi che apprezzavano le mie premure. Diedero ancora un’ultima sconsolata carezza al loro beniamino, prima di uscire senza la forza di alzare la testa. Poco dopo anche noi, malinconici, lasciammo l’ambulatorio per andare a casa a mangiare un boccone. Il pomeriggio, tra una visita e l’altra, passò piatto, come un lago che non ha voglia di creare nessuna onda. Un pensiero fisso non abbandonava la mia testa: l’immagine sfigurata di Tommi e le lacrime della sua padroncina.

Verso le 17:30 i coniugi Tadini si presentarono in studio con un portamento più determinato. Lucia portava un paio di occhiali scuri, che non levò mai, e una vistosa maglietta gialla con un gatto in primo piano, immortalato mentre stava sbadigliando.

“Salve dottore, abbiamo deciso di portare a casa Tommi e dargli sepoltura nel grande giardino di mio suocero. Ci sembra la soluzione migliore”, “Sì…”, proseguì il marito, “così potremo fargli visita tutte le volte che vorremo”.

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Assentii con un lieve spostamento del capo. “Aspettatemi qui, ve lo consegno subito. L’abbiamo avvolto in un pile”.

Percorsi il lungo corridoio che mette in comunicazione la degenza con le sale da visita con passo solenne. Avevo la stessa commozione di un soldato che regge tra le braccia, ben piegata, la bandiera del proprio paese dopo averla ammainata. Lo passai direttamente nelle mani di Lucia; lo strinse per un attimo a sé. “Ci rivedremo presto, dottore; noi senza gatti non sappiamo stare, lo sa vero?”, concluse Claudio stringendomi cordialmente la mano.

È così ogni volta che un caro amico a quattro zampe se ne va; il suo musetto, la sua “voce”, i suoi modi di presentarsi e di farsi visitare lasciano un ricordo indelebile, che ogni tanto riaffiora in qualche altro animale che te lo fa venire in mente. Quanti cani, gatti, conigli, tartarughe, uccellini sono “passati” nel corso dei miei anni di professione; di molti ricordo il nome, e alle volte sorrido da solo rievocando le loro peripezie. Mi faranno sempre compagnia, e ne sono compiaciuto. Un collega mi rammentò che nell’altra sala da visita un signore mi stava aspettando per avere un consiglio su un eventuale intervento da effettuare al suo micio.

L’ultima oretta di apertura dell’ambulatorio io e Francesco, un altro collega che fa parte dello staff, la impiegammo nel suturare una brutta ferita a un gatto che se l’era procurata nel tentativo di scavalcare una staccionata con degli spuntoni irregolari sulla sua sommità. Un’affascinante gatta lo stava aspettando. Verso le 19 avevamo terminato l’intervento, e mentre controllavamo il risveglio del micio rubacuori arrivò un’altra telefonata. Era Lucia, la moglie di Claudio. La sua voce adesso era serena, quasi gioiosa. “Dottore”, esordì, “io e mio marito la ringraziamo ancora di cuore per le sue premure, per la sua comprensione, ma… non so come dirglielo, è successa una cosa strana”. “Mi dica”, chiesi curioso. “Poco dopo aver dato sepoltura a Tommi e aver pianto ancora a dirotto, da dietro la siepe di casa nostra è sbucato il vero Tommi e …”.

La stoppai: “Come il vero Tommi?”.

“Eh… il povero micio che le abbiamo portato d’urgenza in ambulatorio era praticamente uguale al nostro, ci ha confusi, un vero sosia di Tommi. Quando il mio micio è ricomparso mi sono sentita mancare, le gambe hanno ceduto e se non ci fosse stato mio marito a sorreggermi sarei caduta per terra come un salame. Mi spiace tanto per quell’altro gatto, chissà di chi era, ma assomigliava proprio al nostro. Probabilmente, se non avesse avuto il muso così deturpato, non lo avremmo confuso. Tutto questo ha del grottesco, me ne rendo conto, ma è la pura verità. Siamo rammaricati anche per lo stress che le abbiamo procurato”.

Rimasi per qualche istante a fissare incredulo il climatizzatore che sbuffava aria fresca. Sentii le tempie pulsare più forte. Non mi pareva vero, una storia impossibile si era materializzata in poche ore con un colpo di scena finale degno di un racconto di Agatha Christie.

“Be’, che dire… tutto questo ha dell’incredibile”, ripresi. “Sono felice per voi, immagino la vostra contentezza, anche se dispiace per la brutta fine di quel povero micio che assomigliava tanto al vostro; se avremo delle segnalazioni della sparizione di un gatto tigrato grigio, sapremo cosa dire. Vi auguro una buona serata”.

“Grazie, anche a lei dottore, a presto”. Riagganciai il cordless con un senso di stordimento, come se il fugace pranzo mi fosse rimasto sullo stomaco. Che storia!

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Amante degli animali sin da piccola, ho sviluppato il mio amore per i cani quando ho tenuto tra le mie braccia per la prima volta un cucciolo di tre mesi di Golden Retriever. Ed è stato amore a prima vista!