Sono le undici di sera, il gatto ha vomitato due volte e lo studio veterinario è chiuso. Sempre più proprietari, in un momento così, aprono un chatbot e descrivono i sintomi, aspettandosi una risposta chiara in pochi secondi.
La risposta arriva quasi sempre, ed è proprio questo il punto da capire.
L’intelligenza artificiale applicata alla salute degli animali può essere uno strumento utile per informarsi, organizzare le proprie osservazioni e prepararsi a una visita veterinaria. Tuttavia, affidarsi a un chatbot per ottenere una diagnosi o decidere se un animale abbia bisogno di cure urgenti comporta rischi importanti.
Un proprietario su tre chiede già all’intelligenza artificiale
La ricerca «Generazioni a confronto: come digitale e AI stanno riscrivendo il ruolo del pet owner», condotta da Ipsos Doxa per Purina su 1.000 proprietari italiani di cani e gatti e presentata all’Italian Pet Summit 2026, dice che otto proprietari su dieci usano strumenti digitali nel rapporto con il proprio animale e che uno su tre ha già fatto ricorso all’IA.
Tra chi la usa, il 40% la interroga sull’alimentazione, il 38% sulla scelta dei prodotti, il 36% per capire che cosa cane o gatto stiano cercando di comunicare. Nella Generazione Z il 74% di chi la usa la consulta almeno una volta a settimana.
Gli stessi dati mostrano anche il rovescio. Il 49% dei proprietari fatica a capire quali informazioni online siano affidabili e la metà trova frustranti i consigli contrastanti.
Dopo aver letto contenuti in rete, si preoccupa troppo per il proprio animale il 44% della Gen Z e il 43% dei Millennials. Intanto l’80% indica il veterinario come la fonte che dà risposte affidabili.
Il digitale, insomma, non ha preso il posto dello studio veterinario. Ha cambiato il modo in cui ci si arriva.
Perché un chatbot può sbagliare con grande sicurezza?
Un chatbot basato su un modello linguistico non ragiona come un medico. Ha imparato da enormi quantità di testi come si costruisce una risposta plausibile e la compone parola dopo parola, scegliendo ogni volta la continuazione più probabile.
Il risultato è spesso corretto nelle linee generali e rassicurante nel tono. Il guaio è che la stessa sicurezza accompagna anche le risposte sbagliate.
Quando l’informazione manca, il sistema può riempire il vuoto con qualcosa che suona credibile, un fenomeno che gli addetti ai lavori chiamano «allucinazione». Poi c’è quello che l’IA non può sapere. Non vede l’animale, non lo tocca, non sente il respiro né palpa l’addome.
Non conosce le terapie in corso, le allergie, le visite degli anni precedenti, a meno che il proprietario non le scriva, e anche allora non può verificarle. Lavora solo su quello che le viene raccontato, e un racconto fatto alle undici di sera, con l’ansia addosso, è raramente completo.
Cosa chiedere all’IA per la salute del cane e del gatto?
Questo non rende l’IA inutile. La rende adatta a certi compiti e inadatta ad altri.
Funziona bene per prepararsi a una visita: mettere in fila i sintomi osservati, con quando sono comparsi e quanto spesso si ripetono, oppure preparare l’elenco delle domande da fare in ambulatorio per non dimenticarne nessuna. È utile anche per capire un termine letto su un referto o per orientarsi tra le diverse categorie di cibo prima di parlarne con chi segue l’animale.
In tutti questi casi l’IA mette ordine nelle informazioni, mentre la decisione resta altrove.
Diagnosi, dosaggi e valutazione dell’urgenza richiedono il giudizio di un veterinario, e alcuni farmaci pensati per le persone possono essere pericolosi per cani e gatti. Su questo terreno una risposta ben scritta può fare più danni di nessuna risposta.
Quando chiamare subito il veterinario?
Ci sono situazioni in cui consultare un chatbot significa solo perdere tempo.
- Difficoltà a respirare,
- collasso,
- convulsioni,
- il sospetto che l’animale abbia ingerito qualcosa di tossico,
- un trauma,
- un dolore evidente,
- perdite di sangue,
- un peggioramento rapido.
In questi casi si chiama il veterinario o un pronto soccorso veterinario, senza aspettare.
Intelligenza artificiale e veterinari in Italia: a chi rivolgersi quando il proprio animale sta male?
Approfondimento a cura della redazione di Wamiz Italia.
In Italia, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per ottenere informazioni sulla salute degli animali domestici si inserisce in un contesto in cui la figura del medico veterinario rimane il riferimento fondamentale per la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie.
Il ricorso a strumenti digitali può essere particolarmente interessante per chi vive lontano dai principali centri urbani, ha difficoltà a raggiungere rapidamente un ambulatorio oppure desidera comprendere meglio alcuni aspetti della salute del proprio animale.
Tuttavia, è importante distinguere tra informazione veterinaria online e assistenza veterinaria vera e propria.
Un chatbot può spiegare quali siano le possibili cause generali di un determinato sintomo, ma non può stabilire con certezza perché un cane abbia smesso di mangiare o perché un gatto manifesti improvvisamente un comportamento insolito.
In Italia, la professione veterinaria è regolamentata e i medici veterinari abilitati sono iscritti agli Ordini professionali territoriali, coordinati dalla Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari Italiani (FNOVI).
Quando si cercano informazioni sulla salute del proprio animale, è quindi preferibile privilegiare contenuti elaborati o verificati da professionisti qualificati.
Pronto soccorso veterinario in Italia: cosa fare durante un’emergenza?
Un’altra questione importante riguarda l’accesso alle cure veterinarie d’urgenza.
A differenza dell’assistenza sanitaria destinata alle persone, in Italia non esiste un numero nazionale unico equivalente al 118 dedicato alle emergenze veterinarie degli animali da compagnia.
Sul territorio sono presenti cliniche veterinarie, ospedali veterinari e strutture che offrono servizi di pronto soccorso, anche durante la notte e nei giorni festivi. Tuttavia, la disponibilità varia a seconda della città e della regione.
Per questo motivo, ogni proprietario dovrebbe individuare preventivamente una struttura veterinaria di emergenza raggiungibile dalla propria abitazione, verificandone orari e modalità di accesso.
In presenza di sintomi potenzialmente gravi, cercare di ottenere una diagnosi attraverso l’intelligenza artificiale rischia di ritardare l’intervento di un professionista.
L’IA può aiutare a organizzare le informazioni da comunicare al veterinario, ma non deve diventare un passaggio obbligato prima di chiedere assistenza.
Come verificare le risposte dell’intelligenza artificiale e proteggere i propri dati
Una risposta dell’IA va trattata come il consiglio di un conoscente informato, cioè come un punto di partenza.
Si possono fare alcune verifiche semplici. Si può chiedere al chatbot su quali fonti si basa e controllare che esistano davvero, oppure riformulare la domanda e vedere se la risposta cambia.
Soprattutto, conviene portare il testo al veterinario e chiedergli che cosa ne pensa: molti professionisti apprezzano un proprietario che arriva con le idee in ordine.
Poi c’è il tema dei dati: App, collari intelligenti e assistenti raccolgono informazioni sull’animale, ma anche su chi lo accudisce: nome, indirizzo, abitudini, posizione, a volte fotografie della casa. Prima di caricare documenti o immagini vale la pena leggere l’informativa e capire chi conserva quelle informazioni, per quanto tempo e per quali scopi.
Chi c’è dietro gli strumenti di intelligenza artificiale che usiamo per i nostri animali?
Wamiz accompagna ogni giorno proprietari e futuri adottanti tra salute, alimentazione e comportamento, con contenuti scritti o verificati da una rete di esperti. Il tema delle fonti affidabili, al centro della ricerca, riguarda anche gli strumenti di IA.
Un assistente virtuale vale quanto il lavoro di chi lo ha progettato, i dati su cui è stato addestrato e i limiti che gli sono stati imposti, come rimandare sempre al veterinario davanti a un’urgenza.
È il terreno su cui lavora l’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA), ente no profit che riunisce sviluppatori, data scientist, ricercatori e consulenti tenuti al rispetto di un codice etico su privacy, trasparenza e responsabilità. Una clinica veterinaria, un negozio specializzato o un servizio per proprietari che vogliano introdurre un assistente virtuale possono cercare competenze nella directory dei professionisti AI dell’associazione, che rimanda all’elenco dei soci con nomi e ambiti di lavoro.
Chi usa l’app dall’altra parte, il proprietario, ha il diritto di farsi una domanda semplice: chi ha costruito questo strumento, e con quali regole?
Come usare l’IA per prepararsi a una visita veterinaria?
Quando il cane rifiuta la cena o il gatto si nasconde sotto il letto, si può provare a usare l’IA in un altro modo. Le si chiede di aiutare a scrivere con calma che cosa si è visto, da quando e con quale frequenza. Poi si telefona al veterinario leggendo quel testo, invece di chiedere al chatbot che cosa fare.
Il tempo della telefonata si accorcia, le informazioni arrivano più ordinate e la decisione resta a chi l’animale lo può visitare.
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Autore: Rafael Patron, Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA).
Nota della redazione: L’articolo è un contributo esterno di Rafael Patron, adattato editorialmente per Wamiz Italia. L’approfondimento dedicato ai servizi veterinari in Italia è stato aggiunto dalla redazione.