Un cane che si allontana quando percepisce urla e agitazione e che torna spontaneamente al centro del gruppo quando l’atmosfera si fa più tranquilla. È anche attraverso reazioni semplici come questa che alcuni detenuti del carcere di Aversa stanno imparando a riconoscere e gestire le proprie emozioni.
Nell’istituto penitenziario campano è infatti in corso un progetto sperimentale di zoo-arteterapia, sostenuto dall’Asl di Caserta insieme alle cooperative sociali Albanova e Amame. Avviato nel luglio 2025, il percorso ha già coinvolto circa 60 detenuti, tra cui giovani tra i 18 e i 21 anni, persone destinatarie di misure di sicurezza e uomini con comportamenti maltrattanti.
Cani e detenuti insieme per imparare a riconoscere le emozioni
Gli incontri durano due ore e si tengono due volte alla settimana. I protagonisti a quattro zampe sono sei o sette cani che si alternano nelle attività: tra loro ci sono Setter irlandesi, Pinscher, Levrieri e meticci.
La scelta del cane dipende anche dal tipo di lavoro che gli operatori vogliono proporre al gruppo. Le attività possono concentrarsi sull’accudimento, sul senso di responsabilità, sulla capacità di mantenere la calma oppure sull’ascolto dei bisogni dell’altro.
Il rapporto con l’animale diventa così una sorta di specchio. Gli operatori invitano i partecipanti a chiedersi di cosa possa avere bisogno il cane in quel momento: ha sete? Ha fame? Vuole giocare? Oppure desidera semplicemente tranquillità?
La risposta dell’animale, come riportato da Il Corriere della Sera, può avere un impatto immediato. Quando i detenuti arrivano all’incontro sfogando con rabbia il proprio malcontento, per esempio, il cane posto al centro del gruppo tende ad allontanarsi. Quando invece il tono delle voci si abbassa e iniziano le carezze, l’animale si avvicina nuovamente.
Dopo l’incontro con il cane arriva l’arteterapia
Il progetto, però, non si limita alla relazione con gli animali. Dopo ogni intervento assistito, i detenuti sono invitati a dare una forma alle emozioni sperimentate.
Possono farlo attraverso un disegno libero e l’uso dei colori oppure servendosi del proprio corpo, assumendo nello spazio posizioni capaci di rappresentare stati d’animo come paura, dolore, agitazione o tranquillità.
L’obiettivo è favorire una maggiore capacità di ascolto interiore e, progressivamente, intervenire sui comportamenti autodistruttivi, oppositivi o provocatori. Il cane diventa quindi un mediatore capace di facilitare un percorso che riguarda non soltanto il rapporto con l’animale, ma anche quello con sé stessi e con gli altri.
I primi risultati della zoo-arteterapia in carcere
I segnali osservati finora sono incoraggianti. Secondo la responsabile del progetto, la psicologa Maria Teresa Corvino, i detenuti iscritti non saltano gli incontri e avrebbero iniziato anche a mostrare una maggiore capacità di intervenire per disinnescare le risse che scoppiano nei corridoi.
Ora l’esperienza di Aversa potrebbe trasformarsi in qualcosa di più ampio. I dipartimenti di Psicologia dell’Università Vanvitelli e di Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli stanno infatti studiando il progetto per raccogliere dati scientifici sui suoi risultati.
L’obiettivo futuro è arrivare alla costruzione di un modello standard di zoo-arteterapia da utilizzare nelle carceri, coinvolgendo anche gli atenei di Milano, Bari e Messina. Un percorso ancora sperimentale, dunque, ma che ad Aversa sta già mostrando come la relazione con un cane possa diventare uno strumento per imparare qualcosa di estremamente umano: riconoscere le proprie emozioni prima che siano rabbia e aggressività a prendere il sopravvento.