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Cosa dice la legge sui cani di quartiere? Chi li tutela?

Cani randagi in branco

Cosa dice la normativa sui cani di quartiere? 

© Igor Ovsyannykov / Pixabay

A chi spetta la protezione dei cani di quartiere? Cosa dice la legge in merito? Come si fa ad adottarne uno? Scopriamolo in quest'articolo. 

Di Giuseppe Terlizzi

Pubblicato il

I cani di quartiere rappresentano la sintesi di un concetto sociale, sanitario e legislativo. Per questo motivo sono un argomento molto dibattuto da anni con l’obiettivo di raggiungere una risoluzione che accontenti tutti e che, allo stesso tempo, garantisca la sicurezza nelle nostre città.

Iniziamo a capire la legge cosa dice e quali declinazioni pratiche hanno i regolamenti che legiferano questo ambito!

Cane di quartiere: cosa dice la normativa?

Le sorti dei cani di quartiere cambiarono radicalmente il 14 agosto 1991 con la Legge 281/91. Nello specifico il titolo della normativa recita: “Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”. Essa venne emanata per tutelare le condizioni -in particolare dell’entroterra del Sud Italia- in cui il fenomeno del randagismo imperversava da anni.

Il concetto di base di questa norma è che il randagismo, di per sé, è visto come un fatto negativo e la sua gestione da effettuarsi il prima possibile. Nonostante la norma 281/91 definisca le linee guida di come approcciare a questo fenomeno, l’ultima parola spetta alle regioni. Per questo motivo a partire da quell’anno ogni regione emanò la propria legge interpretando il randagismo, la figura del cane di quartiere e la sua gestione nei modi più disparati.

Si sono create principalmente due correnti di approccio alla problematica con differenza puramente geografica: una del nord Italia e una del sud Italia. Questa differenziazione legislativa è direttamente correlata alla presenza di cani di quartiere (o comunque liberi) principalmente al sud: vediamo le differenze!

Cane di quartiere: la legge al nord Italia

Il cane di quartiere è gestito in modo totalmente diverso nelle regioni del nord e del sud nonostante ci si rifaccia sempre alla legge 281/91 che detta le linee guida. Il motivo è semplice: al nord ci sono pochissimi cani di quartiere (o quantomeno ce ne sono molti meno rispetto al sud). Questo ci porta ragionevolmente alla conseguenza logica di un approccio maggiormente gestibile: ogni cane che viene definito randagio viene veicolato in canile.

Questa gestione ha anche una base sociale e territoriale, infatti nelle aree metropolitane del Nord Italia non è usuale imbattersi in cani randagi mentre i cani liberi che si possono incontrare nelle zone maggiormente rurali provengono dalle aziende agricole circostante e, per questo, sono patronali. 

Cane di quartiere: la legge al sud Italia

Il regolamento per il cane di quartiere nel sud Italia è completamente diverso da quello del nord e trova la sua massima espressione regionale in Campania e in Sicilia (regioni con maggiore incidenza del randagismo).

Il problema principale? Il sovraffollamento dei canili! Infatti, in Sicilia la legge regionale 15 del 2000 afferma che in caso di sovraffollamento nelle strutture di gestione dei cani liberi l’autorità competente può approvare la rimessa in libertà (previa sterilizzazione, identificazione e vaccinazione).

In Campania la situazione è, invece, totalmente differente con un concetto di randagismo che si spoglia della razionalità e abbraccia l’etica:

«al cane si riconosce il diritto di essere animale libero, se si accerta la non sussistenza di condizioni di pericolosità per uomini animali e cose».

Questa definizione è estrapolata dalla legge 3 del 2019 che riconosce la possibilità ai cani di vivere liberi a condizione che siano in salute e armoniosamente inseriti nel distretto territoriale in cui scelgono di vivere. 

Adozione di un cane di quartiere: è possibile?

Il cane di quartiere non è un nostro nemico, è semplicemente un amico a peloso con un temperamento più rustico ed una maggiore capacità di adattamento.

Come adottare un cane di quartiere? Innanzitutto, bisogna informarsi e capire se la propria regione permette questa pratica e, di conseguenza, avvisare le autorità competenti (Asl o comune di residenza) sulla presenza in un dato territorio di uno o più cani randagi.

A questo punto si richiederà la possibilità di prenderlo in affidamento lasciandolo nel proprio habitat, ma accudendolo sia dal punto di vista alimentare che sanitario unitamente ad una doverosa gestione etologica. A quel punto i soggetti verranno sterilizzati, vaccinati, identificati e prontamente rilasciati sul territorio da cui sono stati prelevati. 

Cane di quartiere aggressivo: come riconoscerlo?

Avete un bel cane di quartiere nel cortile del vostro palazzo? La prima regola da seguire sempre è la cautela. In linea generale (anche con i cani patronali al guinzaglio) l’irruenza non è ben vista dai cani.

Avvicinarsi ad un cane con tutti i crismi ci eviterà di incorrere in spiacevoli inconvenienti. I cani si differenziano tra di loro per temperamento di razza e per influenze ambientali in cui sono cresciuti. Un cane che è stato maltrattato o addirittura picchiato da piccolo svilupperà un istinto fobico nei confronti degli esseri umani che lo porterà a difendersi anche quando non c’è nessun pericolo.

Quindi è importante capire se in vostra presenza il cane:

In questi casi è consigliato non avvicinarsi. Se reputate pericoloso un soggetto potete comunicarlo alle autorità competenti (Asl e comune) nel modo che maggiormente preferite in modo da richiedere la gestione del problema e la messa in sicurezza della zona.

Conoscere la legge è importante, ma è ancora più importante essere delle persone pragmatiche e capaci di gestire la propria vita in comunanza di spazi con la natura e gli animali che ci circondano.

Questo implica anche degli scontri o degli inconvenienti (di cui rispondono comune e Asl), ma sarà sempre importante concepire una visione etica della vita, proprio come lo hanno fatto le autorità campane nella gestione dei randagi a cui va il plauso per la gestione più umana del randagismo. 

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